Where The Sun Comes Down

Necropolis Railway

Recensione
Pubblicato il 01/11/2022 - Ultimo aggiornamento: 02/11/2022
Voto: 8.13/10

Una mano misteriosa ha trafugato le registrazioni di un album di prossima uscita e le ha date a me, che quindi lo recensisco in anteprima per voi.

Where The Sun Comes Down è un duo musicale composto da Thomas Hand Chaste e Alexander Scardavian. Chi?

Ebbene, iniziamo col dire chi NON è Thomas Hand Chaste: non basta dire che è l'ex batterista dei Death SS.1

Thomas Hand Chaste è un musicista, compositore, polistrumentista e sperimentatore, autore di tante canzoni e agitatore di realtà musicali sotterranee, che nei primi anni Ottanta fu segnato dalla sua scelta di entrare a far parte dei Death SS, poi confluiti nel Paul Chain Violet Theatre, scelta che indubbiamente ha avuto ripercussioni su questo disco e che già ne aveva avute non poche sull'intera storia della musica dura. Thomas Hand Chaste è un uomo, un musicista e un licantropo,2 è Uno, Nessuno e Centomila, come non a caso recitava il titolo del suo unico album da solista, dato alle stampe nel 2006.
Alexander Scardavian, così come il succitato T.H.C. e a dispetto delle apparenze, non è inglese né statunitense: come da simile tradizione nell'ambito del cinema italiano, che fece la fortuna di un certo Bob Robertson - a tempo debito rivelatosi essere, finalmente, Sergio Leone -, a un certo punto anche nel mondo della musica si fece strada, in specie a partire dagli anni Settanta, la trovata di anglicizzare i propri nomi per far digerire al pubblico un certo tipo di musica tradizionalmente associato a nomi provenienti dall'estero, in specie il rock e i suoi derivati.

Alexander Scardavian è in questo caso l’anglicizzazione immaginaria di Alessandro Scardavi, in passato pupillo e collaboratore di quel peso massimo del fu Paul Chain, nonché fratello di Sante Scardavi, in arte Gilas, leggendaria presenza fantasmatica che aleggiò sulle pagine più nere della musica italiana senza mai entrarvi ufficialmente, fino alla morte solo artistica, sopraggiunta prestissimo e dovuta a drammatiche vicende personali. Se quest’ultimo nome vi dice qualcosa, continuate a leggere...

Agendo come un duo, questi artisti ci propongono un album che vuole fare i conti col passato, e sembrano dirci che il miglior modo per farlo è tentare di incidere sul presente.

Andrea Vianelli, vero nome di Thomas Hand Chaste, prende il timone e aziona quasi tutti gli strumenti, facendosi affiancare da Scardavian principalmente per le numerose parti di chitarra solista.

Ho sempre ritenuto Chaste il cantante più adeguato per i suoi progetti e finalmente mi ha accontentato più che mai: in quest'occasione non è intervenuto vocalmente neppure Alexander, che pure sa il fatto suo in merito e che tuttavia si limita alle parti di chitarra solista e alcune di ritmica. Venendo all’opera nel dettaglio, dopo aver ascoltato il canto di una meravigliosa voce muliebre in Mater Tenebrarum, già a cominciare dal primo brano vero e proprio, Wait for the Pain, subito si percepisce aleggiare uno spettro: sì, quello di Paul Chain. Nell’arco dell’intero lavoro, la rassomiglianza fra i suoni sprigionati dalla sei corde di Scardavian con quanto prodotto dal suo maestro fa impressione e a tratti provoca brividi di stupore. In una pasta sonora infarcita di saporiti effettacci e continuamente in bilico tra psichedelia bluseggiante e doom metal, la filiazione spirituale fa letteralmente spavento, perché parliamo di un inimitabile che continua a muoversi per procura, medianicamente, fra le dita di un altro individuo.

Il licantropo, dal canto suo, spalanca le sue fauci da creatura della notte e sceglie in base al brano o al momento il cantato urlato o melodico e i registri variano qua e là, manifestando pure una certa versatilità: le doti ci sono, la sua voce si rivela quanto mai quella giusta per l’habitat sonoro plasmato dai due e si prende una rivincita da una parte sul tempo che passa (classe 1957!!!), dall'altra sul fatto che il nostro non si fosse mai molto esposto come cantante in passato, per usare un eufemismo.3
Nonostante i dovuti paragoni col passato - che torneranno, nella maniera che vedrete, nelle prossime righe - qui Chaste, autore unico di quasi tutti i brani, impone inequivocabilmente la propria personalità: sonorità moderne convivono organicamente con echi del passato e le grafiche interne, invece di provare a ripercorrere improbabili climi spirituali e onirici tipici di Paul Chain, si agganciano in qualche modo alla realtà odierna che a volte ci pare realmente spaventosa, distopica e apocalittica. Andrea Vianelli è una persona tendenzialmente razionale e concreta, seppur istintiva e ferale; Chaste è aristotelico laddove Chain fu platonico; questo disco si scontra con la realtà empirica e riporta l'antico nel moderno, nell'oggi, un oggi che sa di distopia apocalittica: Chaste è questo, è l'opposto specchiato di Chain, muovendosi sullo stesso terreno per motivi storici.4

Preceduta dalla bella strumentale Anima, splendida e sepolcrale è l’introduzione del sesto brano, Heaven Side, degna dei tempi d'oro: l’ululante Thomas mostra cosa significa avere avuto un compagno di merende come “il morto”5 e, come già ribadito a più riprese, qualunque ascoltatore accanito di quest’ultimo troverà qui un paradiso (o forse l'inferno?). Disillusione, paura, morte sono sentimenti che avvertiamo dentro di noi, ci dice Chaste, qualcuno vuol credere nel paradiso, ma al momento la sola certezza che abbiamo è quella dell’inferno che è qui e ora, mentre il paradiso non si vede.

Poi d’un tratto arriva il pezzo forte, roba da capogiro: irrompe un brano che si propone esplicitamente come seguito ideale di Schizophrenic (il titolo è proprio Schizophrenic II), pietra miliare e capolavoro d'avanguardia degli immensi Death SS, datato 1983. Per i profani in ascolto, si tratta del secondo brano del famigerato EP Evil Metal, che venne subito ritirato dal mercato a causa di vistosi problemi riscontrati dagli incauti ascoltatori una volta piazzato sul giradischi, constatati in tutte le copie esistenti, e per questo bollato come disco “maledetto” (come del resto qualsiasi cosa attribuita in quegli anni al gruppo) e divenuto per questo raro oggetto da collezione e di culto. Il brano fu poi fortunatamente recuperato nella raccolta The Story of Death SS 1977-1984 (uscita per conto della casa discografica Minotauro nel 1987, con la dicitura “horror music” in copertina) e meno male, perché si trattava di una composizione epocale: aperta da una sfuriata vicina all’allora nascente thrash metal, con un canto a tratti stridulo, a tratti sussurrato e dal sapore spettrale e demoniaco da parte di Paul Chain, virava nella seconda parte su una tremenda e terrificante musica da film dell’orrore, tra stregati accordi d’organo, risate isteriche e un inarrestabile sovrapporsi di voci da incubo, fra cui quella recitante di Gilas, in un crescendo allucinato di agghiacciante follia. Premessa d’obbligo. Veniamo ora al seguito di quel brano storico: in verità non si tratta nemmeno lontanamente di un blando e ridicolo tentativo di rifare Schizophrenic, benché all'inizio la sezione ritmica paia citarla fugacemente. L'atmosfera è significativamente diversa e questo ci catapulta brutalmente nell'oggi: il primo ascolto è stato spiazzante e non esaltante proprio perché mi attendevo una riviviscenza di un passato che non tornerà; riascoltando a mente fredda mi sono decisamente ricreduto. Il concetto alla base dell’antica Schizophrenic pare qui “rivisto” in un’ottica realista, contemporanea, incline al clima quasi post-apocalittico del lotto (noi viviamo la distopia contemporanea); la malattia mentale è affrontata ora come dura realtà umana, svaniscono i toni onirici e da incubo fantastico del passato, ora per lo più tendenti a una solenne melanconia. I ritmi sono ancora veloci e violenti, ai limiti dell’hardcore-punk, il brano è cantato da Chaste - subentrato al defunto Paul Chain - e l'intervento di Gilas (il redivivo Sante Scardavi!!!) si delinea in un canto-parlato alla fine del brano, che si sovrappone alla voce lamentosa del primo, come da brano-manuale; il desumibile rimando all'originale sfugge se non si presta una ferma e razionale attenzione a questi elementi strutturali, emergendo a posteriori: sintomo dell’ottima gestione di un'intuizione sulla carta delirante.

La cavernosa voce di Gilas non può essere identica a quella del 1983 eppure, oltre a stupirci con il suo inatteso e sorprendente ritorno, lo fa anche con la sua prestazione: i toni del pezzo sono più drammatici e meno orrifici dell'originale e il suo intervento vi si sposa alla perfezione, con una sorta di declamazione dal piglio profetico. Il testo approccia direttamente il problema dell'internamento per disturbi psichiatrici e lo trovo molto pertinente, intenso e incisivo, oserei dire che le circostanze che l’attorniano lo ammantano di poesia. La parte di Gilas non è riportata nel testo recapitatomi ma io, che sono un grande impiccione, ci sento questo: «[...]You know the pain and realize, they know it's real. Before the rain comes to dry[...]again[...]why is it real? Why is it real?[...] Was it real?! Was it real?! Was it real?!».

Un plauso ai nostri eroi per essere riusciti a rievocare questo personaggio mitico, visto che svariati decenni addietro uscì prematuramente dalle scene per non farsi mai più vedere. Un miracolo: perfino suo fratello, qualche anno addietro, dedicò testualmente un brano alla sua memoria artistica.

Thomas Hand Chaste, con l'aiuto dei due fratelli, è riuscito a risvegliare delle vibrazioni che evidentemente da qualche parte aleggiano ancora.

Le tonalità si abbassano ancora nell'ultimo pezzo, equiparabili fra l'altro, sul piano vocale, a quelle del Gilas di un tempo: ottima, ancora una volta, la prestazione dell’uomo lupo. Dai giardini della follia si prosegue precipitando nell'oscurità, con un testo che riporta l’immagine di un treno che viaggia per condurre i morti al cimitero.
Si rispolverano umori lisergici, traslati in quel magheggio psichedelico che è il mondo reale, rappresentando alla perfezione un’esistenza irreale come quella che quotidianamente viviamo: quella di un mondo che è un cimitero a cielo aperto.

Il titolo del brano e dell'album si riferiscono alla London Necropolis Railway, una stazione ferroviaria costruita attorno alla metà dell’Ottocento per sopperire alla carenza di spazi in cui seppellire i cadaveri e che portava sia i morti che i vivi da Londra al cimitero di Brookwood: vi era un biglietto di sola andata per i morti e uno di andata e ritorno per i vivi.

Anno 2022. Guerre, pandemie, povertà, cambiamenti climatici, siccità: la morte è ovunque. Per quanto ancora avremo spazio per i cadaveri?

Necropolis Railway non è un disco autocelebrativo né retromaniaco. Chaste e Scardavian mostrano di aver assorbito negli anni quanto ha proposto il mondo della musica, inglobando man mano nel proprio bagaglio sonoro quanto era nelle loro corde, senza tentare uno stanco e futile (quanto impossibile) viaggio nel passato; qua non si gioca a fare i giovani, qua si fanno i conti con la propria vecchiaia che diventa esperienza, gli anni trascorsi si trasformano in saggezza; l'auto-parodia involontaria non è contemplata nemmeno alla lontana e non è poco: spesso il fiasco è dietro l'angolo quando un artista attempato "tira avanti" senza una reale spinta propulsiva proveniente dal cuore, sia pure questo indebolito dal tempo.

Circondati dalle note fin da quando erano bambini, evidentemente ad Andrea Vianelli e Alessandro Scardavi la musica scorre semplicemente nelle vene.

Ma prima di chiudere rimane un quesito, su cui fin’ora si è glissato. Che accidenti vuol dire Where The Sun Comes Down? Perché questo nome che è una frase? È lungo, troppo, troppo lungo, oggi i nomi lunghi "non vanno", oggi bisogna "spicciarsi", essere veloci, semplici e accattivanti, perché i giovani vogliono godersi la vita, ci dicono (classe 1995, sono giovane? Forse sono nato vecchio!). Where The Sun Comes Down: Dove il sole tramonta… cioè? L’oscurità? Certo!
Però vediamo se c’è altro...

 

«La denominazione del nostro progetto è stata ideata da Alex[...].
Fisicamente parlando siamo ambedue sul viale del tramonto, io molto più di Alex per la verità e al riguardo purtroppo nessuno può farci niente, è una pura e ineluttabile questione anagrafica.[...]Sicuramente siamo entrati nella parabola discendente della nostra esistenza e altrettanto sicuramente abbiamo vissuto più di quanto ci resta da vivere.[…]

Andare avanti con cognizione di causa, senza sprecare nulla di quello che ti si presenta davanti (non sto parlando comunque di eccessi vari), di conoscere cioè cose nuove, nuove teorie e nuovi pensieri che ti aiutino a progredire nel tuo piccolo, senza abbruttirsi nella vecchiaia fisica e soprattutto mentale. [...]Viviamo ormai in un'epoca dove tutto deve essere facile da prendere e senza fare fatica, insomma è stato travisato il “Carpe Diem” di Orazio in favore della pigrizia e dell'ignoranza.»

Dichiarazioni di Thomas Hand Chaste, intervistato da Ulisse Carminati per Flash Forward Magazine.


And still I ask (E ancora chiedo)
How long will all this last (Quanto durerà tutto questo)
Nobody knows (Nessuno sa)
How big is this weight (Quanto sia grande questo peso)


 

(Wait for the Pain)

1 «Thomas Hand Chaste, ex membro dei leggendari Death SS e del Paul Chain Violet Theatre, gruppo immenso che ha prodotto musica oscura che va al di là delle possibili definizioni.» (Ver Sacrum - Recensione di Sabbatai Zevi, 2015)

2 Questo il personaggio da lui incarnato quando entrò a far parte del gruppo in cui assunse il proprio nome d’arte, i gloriosi Death SS, che già era stato usato dai batteristi precedenti, a cui aggiunse il secondo nome “Hand”, contrazione simbolica di Andrea.

3 La prima volta in cui abbia mai inciso proprie parti vocali mi risulta risalire a Sabbatai Zevi, secondo lavoro firmato nel 2015 dal progetto Thomas Hand Chaste Witchfield, la cui denominazione richiama quella del Paul Chain Violet Theatre.

4 Sabbatai Zevi era incentrato proprio sull'odio per la credulità dell'uomo nei falsi messia, a cominciare dall'introduzione del poeta pesarese Romolo Scodavolpe:
«vizioso\trascorre l'inganno\che al nulla\comunque conduce»

5 «Paul Chain Is Dead: 1977-2003», ipse dixit. Paul Chain nei Death SS interpretava la morte, è pertanto più che legittimo che possa decidere quando mandare a morte sé stesso!

Where The Sun Comes Down - Necropolis Railway

Where The Sun Comes Down

Necropolis Railway

Cd, 2022, Minotauro
Genere: Rock

Brani:

  • 1) Mater Tenebrarum
  • 2) Wait for the Pain
  • 3) No Sun City
  • 4) Longway Home
  • 5) Anima
  • 6) Heaven Side
  • 7) Schizophrenic II
  • 8) Necropolis Railway

Informazioni tratte dal disco

Thomas Hand Chaste – voce, chitarra, basso, batteria e tastiere in tutti i brani eccetto “Mater Tenebrarum”.
Alexander Scardavian – chitarra solista in tutti i brani, chitarra ritmica in “Wait for the Pain”, “Anima” e “Schizophrenic II”
Gilas – voce recitante in “Schizophrenic II”
Musica e testi di Thomas Hand Chaste eccetto “Mater Tenebrarum”, realizzata da Marco Grosso con la voce di Luna FP e rivista da Thomas Hand Chaste
Registrato e missato al “Four Sticks Studio” di Thomas Hand Chaste
Grafiche di Azmeroth Szandor (Heretical)
Testi tradotti da Denis Bonetti

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