Noel Gallgher’s High Flying Birds

Chasing Yesterday

Recensione
Pubblicato il 20/03/2015
Voto: 7.2/10

E’ innegabile che il mainstream della stampa musicale abbia influenzato da sempre una linea di gradimento su vari artisti spesso giustificata da propositi e criteri non proprio strettamente legati al valore intrinseco del prodotto. Da lì a cascata veniva dettata (e si detta ancora oggi a grandi linee) l’agenda e il verso di certe prese di  posizione per buona parte del suo sottobosco. Essere contro a prescindere è quanto di più conformista e retorico (oltre che paraculo) possa succedere a un critico in genere. Ascoltare un album dei Gallagher e adagiarsi su un esito già scritto per scongiurare a priori il rischio di smarcarsi, è stata un’operazione assai ricorrente negli ultimi anni.  Il pensiero unico li aveva condannati all’oblio per demeriti loro, ma a volte anche per una sorta di assuefazione, dopo la sbornia iniziale in stile vittoriano, targata anni novanta. Noel Gallagher però in modo più o meno calcolato ha pensato bene di tirare dritto, staccare la spina e presentarsi con un nuovo progetto dove tutto risultasse sotto il suo completo controllo. Era il 2011 quando presentò la sua nuova one man band e la diffidenza era ancora tanta.

Arrivati alla seconda puntata di questa nuova storia però non ho alcun problema a sostenere, da subito, che Chasing Yesterday è un bel disco anche se di certo non cambierà le sorti del rock come la stragrande maggioranza dei dischi che vengono dati alle stampe quotidianamente. Detto questo vorrei porvi questo quesito. Cos’è la musica vera? Ha senso parlarne? Noel Gallagher trasuda una classe inconsapevole come pochi ancora sulla piazza. Definito dai più spaccone o presuntuoso in realtà ha dalla sua l’arte di apparire sempre un passo più avanti rispetto alla retorica. I suoi innumerevoli “fock” di mancuniana matrice sono l’intercalare singolo di un modo di essere schietto e spesso in controtendenza. Perché dannarsi l’anima a fare la rockstar a quarantasette anni? Noel sa di essere soprattutto un padre di famiglia, lo dice senza remore, pregustando la faccia sbigottita dell’intervistatore. Confessa allegramente che il suo più grande stimolo per scrivere canzoni sia il monito e la sottile invidia della moglie di fronte al lusso di casa Bono (U2) e che il tempo passato nei pub è stato sostituito da quello passato con la moglie per cene galanti o a casa a giocare con i figli. Gallagher senior è fiero delle sue origini, delle sue radici, non disdegna la sua provenienza working class, ma non rifiuta ipocritamente il suo status attuale. Anzi ha salvato l’anima proprio per la sua “ignoranza” che lo ha immunizzato dalla critica pomposa e dal perbenismo borghese, forgiandolo per sempre come un antipatico in stile british, ma duro dentro.

Ha vinto lui ancora una volta perché il disco che ha realizzato è un po’ come quei compiti in classe che copi dal compagno secchione rimediando un bel voto. E’ vero, si dirà che ci sono molte citazioni e autocitazioni più o meno nascoste come marchio di fabbrica del cantautore inglese, ma in queste dieci canzoni (quattordici per la versione deluxe) è facile per i più distratti fermarsi a guardare il dito anziché la luna. Gallagher, si sa, ha dichiarato in più riprese che mai bisognerebbe prendersi troppo sul serio. La musica ha come primo obiettivo quello di essere cool. Le canzoni del resto, dopo un po’, sono di tutti e di nessuno. Solo un’idiota potrebbe credere a una rockstar. It’s only rock'n’roll!

Insomma a Noel piace come sempre prendersi gioco dei soloni. La realtà dei fatti è semplice: questo disco racchiude come sempre il mondo dei terribili fratelli di Manchester, visto dai più come una colpa, ma la sua forza sta invece nel suonare sempre più come una piacevole evasione, dove le liriche ancora una volta dimostrano le innate capacità di scrittura dell’ex-oasis. Testi dove si parla di tutto senza mai chiamare per nome i suoi contenuti. Questo è forse l’album più floydiano che Noel abbia realizzato, soppesato da venature blues e free jazz abbastanza inedite per il suo repertorio. E così è vero che in molti hanno riconosciuto l’attacco di Wonderwall in Riverman o il giro di Masterplan in The girls With X-Ray Eyes , ma pare davvero poco in un gioco dove lui comanda e i pesci abboccano. In realtà chissà che Il più grande dei Gallagher non abbia preso spunto dall’ultima opera di Gilmour e Mason. Omaggi disparati e consapevoli alla sua carriera, ma anche agli amici e ai suoi maestri di sempre come Santana, Kinks, Led Zeppelin, T-Rex, U2, The Smiths, David Bowie e ovviamente John Lennon. Nel disco ci sono almeno quattro pezzi che li avessero composti qualche band dal nome rigorosamente impronunciabile e sconosciuto saremmo tutti qui a spellarci le mani.

Iniziamo con Riverman la preferita dall’autore, ma anche da molti addetti ai lavori. L’attacco è quello sopra accennato, ma è tutto un depistaggio voluto per dare l’imbeccata alla critica prevenuta. Il brano dimostra da subito una linea tutta sua tra echi di Animals e Wish you were here, articolato su inedite passeggiate a metà tra il folk e il blues con fughe jazz. The Dying of the Light dimostra ancora una volta la facilità con cui Noel riesce a confezionare delle ballad, melodiche quanto si vuole, ma che scaldano il sangue con il loro incedere in apnea, che ti stringe e ti lascia qualcosa dentro.  Canzoni dal Jingle perfetto, che funzionano da subito, ma che hanno anche la vocazione nel tempo di diventare universali. The right stuff è la preferita del sottoscritto per la sua lunga session finale dal gusto free jazz, per la voce femminile che si sovrappone a quella di Noel, per il suo essere semistrumentale, per il contemporaneo intrecciarsi di chitarre, piano, sax e tromba in modo sublime. Infine Ballad of the Mighty I feat. Johnny Marr. Una traccia che sorprende per il suo groove vintage abbinato a un incedere e un ritornello tra la house, l’elettronica e la dance, tra Disclosure e James Blake.

Il resto del disco è comunque di buon livello con canzoni che si prestano a virate punk e rock n’roll, soprattutto se si ascoltano anche le tracce bonus della versione deluxe. Lock All the Doors non lascia indifferenti, soprattutto il piedino, nonostante la sua genesi ai tempi di What’s the story morning glory  lasci in fondo un po’ quel senso di Dejà vù. Ma sia In the Heat of the Moment  dal riff molto groovy e il ritornello degno dei migliori Blur, sia The Mexican e soprattutto Do the Damage dall’incipt esplosivo irrobustiscono il suono complessivo dell’album.

Alla fine ci ritroviamo un lavoro con i soliti ingredienti, ma insaporito divinamente da nuovi orizzonti musicali solo accennati nell’album precedente e sul finale di carriera con gli Oasis. Il giocare tra sonorità spaghetti western e country-blues, sino a spaziare in una serie di colti richiami ad ambienti prog e jazz, fa di questo lavoro un’indubbia conferma delle doti di Noel Gallagher. Chissà se Chasing yesterday non sia un modo non banale (a partire dal titolo) per rifuggire ancora una volta dalla retorica massiccia che ci circonda quotidianamente: finiti gli eccessi, nessuna rivoluzione. Alla fine Gallagher è popular anche in questo, perché un po’ tutti gli assomigliano senza volerlo ammettere.

Do The Damage (2015)
Ballad Of The Mighty I (2015)
Noel Gallgher’s High Flying Birds - Chasing Yesterday

Noel Gallgher’s High Flying Birds

Chasing Yesterday

Cd, 2015
Genere: Rock

Brani:

    1
  • 1) Riverman
  • 2) In the Heat of the Moment
  • 3) The Girl with X-Ray Eyes
  • 4) Lock All the Doors
  • 5) The Dying of the Light
  • 6) The Right Stuff
  • 7) While the Song Remains the Same
  • 8) The Mexican
  • 9) You Know We Can't Go Back
  • 10) Ballad of the Mighty I
  • 11) Leave My Guitar Alone
  • 2
  • 1) Do the Damage
  • 2) Revolution Song
  • 3) Freaky Teeth
  • 4) In the Heat of the Moment (Toydrum Remix)

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