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Dust

On The Go

Recensione
Pubblicato il 15/05/2015
Voto: 7.5/10

Ci sono vari modi e varie storie che possono più o meno lambire il successo, ma quella che vi stiamo per raccontare è una di quelle che ha scelto la strada più difficile per emergere. I Dust, band milanese attiva addirittura dal 2009, è il tipico esempio di complesso che all’inizio sbarca il lunario nei piccoli locali, ma intanto coltiva il suo sogno personale affiancando nel tempo un numero sempre maggiore di pezzi propri alle cover richieste. Non stiamo qui a raccontare tutte le tappe del loro cammino, ma basti ricordare che in poco più di sei anni questi ragazzotti hanno sfornato la bellezza di quattro uscite discografiche che svariano dal rock al blues all’indie pop.

La band appare quasi come un collettivo tanto è il numero dei suoi componenti: addirittura sei. Ma la cosa che colpisce sin dal primo ascolto è la maturità di un sound che sa essere sintesi delle sonorità del nuovo millennio fino a diventarne un efficace e autorevole punto di riferimento. La sensazione più nitida che si ha con il passare delle canzoni è quella di ascoltare qualcosa che sia veramente nel suo tempo e rappresentativo di questo tempo. Sia chiaro, all’inizio è altrettanta netta la parvenza di aver già ascoltato quel pezzo senza riuscirne a focalizzare i termini della questione; ma questo è un piccolo scalino che per l’orecchio più attento e disincantato non può diventare alibi per non cimentarsi in un ascolto più attento. Ah già è vero, il ricordo corre subito ai National soprattutto per le sue ambientazioni vagamente decadenti e la voce cavernosa del cantante. Ma davvero è indispensabile per un attimo farsi forza e andare avanti per scoprire da lì a poco quanto valga il detto: “Impara l’arte e mettila da parte”. Il disco si assesta perciò con il suo andamento cadenzato, a volte ritmato, verso un assetto sia mentale, sia strumentale definito da infiniti spazi vuoti dall’effetto sospensivo. E’ così che si manifesta traccia dopo traccia quella crescente eleganza un po’ intellettuale che lascia alle sue spalle quel senso di ambigua bellezza.

Come al solito di questi tempi è sempre difficile dire se abbiamo per le mani qualcosa di veramente nuovo. Qualcuno parla di influenze slow-core in stile Wilco, aggiungerei oltre ai già citati National anche gli Smiths per tensione drammatica ed emotiva in certa passaggi molto raffinati, ma la verità è che un disco suona sincero quando è rappresentativo del suo tempo. Nell’era del virtuale e delle tecnologie tutto perde il suo significato primitivo e anche la musica è fonte di collage, ritagli, citazioni più o meno nascoste. La differenza come sempre la fanno le emozioni. E’ impossibile rimanere impassibili all’incedere garbato di On the go o alle trame di chitarra acustica di I’m not here. La prima vera rivoluzione è riuscire a dare vita a un’opera che sappia vivere di vita propria senza più rendere conto ai propri esecutori nonché creatori. Ascoltando questo album forse rimarrà sempre il dubbio di non riuscire a ripescare nei ricordi la genesi di questo o quel rimando, ma dopo un po’ rimane solo la sensazione di essere partiti per un lungo viaggio come in Cinema Pt.1 il cui attacco di batteria di stampo indierock riscalda una gelida stasi emotiva. Un disco che sa corrompere l’ascoltatore con un mix di post-rock ed elegante songwriting, rimbalzando inavvertitamente da una parte all’altra dell’Oceano Atlantico tra influenze americane e della Terra d’Albione.

Per dirla nuda e cruda: un modernismo adagiato che sa essere strumento e seduzione, costringendo l’ascoltatore ad evolvere il suo stesso concetto di musica vera, perché questa sparisce laddove rimpiazza il conforto e la carezza di una piacevole sensazione.  Tanto più che il respiro internazionale della produzione connota questo lavoro come un prodotto facilmente esportabile. Non manca però una traccia cantata in italiano per dare il giusto marchio di fabbrica a un lavoro che ha pur sempre la sua origine nostrana. Nota particolare per la copertina del disco: una parete con tappezzeria demodé di nostalgico ricordo, che non fa altro che aggiungere quella patina di neoclassico ad un album essenzialmente e volutamente contraddittorio, ma catartico.

If I Die (2015)
Dust - On The Go

Dust

On The Go

Cd, 2015, Sherpa Records
Genere: Cantautorale, Indie, Avant rock

Brani:

  • 1) (Our Alien) Millennium
  • 2) If I Die
  • 3) Cinema Pt.1
  • 4) It’s Been A Long Time
  • 5) I’m Not Here
  • 6) On The Go
  • 7) Drifted
  • 8) Nell’Aria
  • 9) Cinema Pt.2
  • 10) Not A Tear