Raoul Moretti

Harpness

Recensione
Pubblicato il 30/11/2016
Voto: 8/10

Non c’è nulla di più complesso, oggi, in ambito musicale, che dare alle stampe un album da strumentista. L’attitudine alla “manifestazione tecnica”, più che alla ricerca estetica, dove un artista diviene tutt’uno col proprio strumento, a favore dell’espressione pura, sembra sempre più complessa. Non solo perché tanto è stato fatto, questo vale per ogni ambito del suono, ma perché si vive certo il periodo di massima confusione che l’underground musicale abbia mai affrontato. Gente come Colin Stetson, Mats Gustaffson, Elliott Sharp, Nels Cline, Brad Mehldau, per fare qualche nome, ha aperto nuove frontiere nell’uso di strumenti acustici e/o elettrici, senza fare dell’elettronica e dell’estetica dei drones l’unica via possibile. Raoul Moretti, alla sua seconda prova, forte di un successo tale da non lasciare spazio a dubbi, che lo ha portato a girare il globo, dall’Europa, alle Americhe, all’Oriente e all’Australia, è da considerarsi, senza dubbio, uno dei più grandi innovatori del suo strumento, l’arpa a pedali. Lo strumento “antico” per eccellenza, quello che evoca nobiltà affettate, fatte di manicheismi, o al limite, in ambito folk, di evocazioni a festosità pagane, tra le sue dita e i suoi piedi, diviene strumento rock per eccellenza, foriero di percorsi d’avanguardia, che dal suono conduce immediatamente alla visione. Arpa elettrificata, suonata anche con archetti e moltitudini di diavolerie elettriche. Un Jimi Hendrix dell’arpa? Oh no, nulla di più risibile, perché l’evocazione, qui, trascende completamente il virtuosismo, pur riconoscibile, nella capacità di gestire intervalli tonali alieni a chiunque altro, non me ne voglia Zeena Parkins, ma qui si è un passo oltre, A Kaleidoscoping Minds, con la partecipazione di Walter Demuru, come Near Death Experience, con Diego Soddu (entrambi all’elettronica) ne sono encomiabili esempi, requiem alle rovine di una civiltà occidentale ormai allo stremo e senza alcuna citazione diretta che rimandi all’antico. Qui, tutto è moderno, strettamente contemporaneo. Come un pianto sommesso che sa di sciabordio muto di onde, flussi di coscienza che si susseguono senza sosta, lasciando intravedere divergenze tra traccia e traccia, appena qualche barlume di speranza, ma che scava dentro senza sosta. Le percussioni di Marco Tuppo e i suoi consueti suoni deviati ma “densi di materia”, che da un ventennio animano l’elettronica più underground italica, su The Black Swan, rimandano a spazi cosmici kraut e riduzionisti, figli di Klaus Schulze, quanto di Autechre. Universi Paralleli, apre alla melodia, sempre, ma mai senza ergersi a magniloquenza. Prima e assolutamente meravigliosa, esondazione di sfavillio di luci, è nella sezione centrale di Obliviousness, con la partecipazione dell’artista multimediale Michele Bertoni, brano che, comunque, non rinuncia ad una chiusa che sa commuovere, nel ripiegarsi su sé stessa. Un autentico gioiello. Altro aspetto essenziale dell’opera, è il ricorso ad un minimalismo vicino al post rock più ispirato di sempre, riportato ad una dimensione reiterata, ipnotica, come in Breakway, ancora con Bertoni. Quanto Moretti, ami i Pink Floyd e la psichedelia tutta, non è un mistero, ma tra questi solchi, i vortici creati (qui memori delle più profonde trame di Echoes), diventano profondamente minimali, bozzetti, più che dilatazioni percettive estenuate. E’ così anche con Sharp-Eyed Man, con gli interventi al violino, di un’impeccabile Erica Scherl, sempre più vicina a dimensioni contemporanee, vissute in parallelo all’attività di concertista classica e al basso (oltre che all’iPad), di un Valerio Corzani, pilastro non solo radiofonico di una Roma, sempre più sorda, ma anche tra i più validi polistrumentisti della capitale. Sorprendente, ancora di più Sweetly Violent, con Michele Bertoni, la cui collaborazione, nell’arco di tutto l’album, registrata nelle location più suggestive e impensabili, dona pura rarefazione e si attesta, assieme a quella con Demuru e Soddu, la più avvincente del lotto, per la semplicità dei connubi. E’ questo del resto, disco che punta alla sottrazione, più che alla complessità, autentica sorpresa, dopo il più cinematico disco precedente, dove echi nymaniani ed episodi di autentica bravura esecutiva, richiamavano all’applauso, più che alla contemplazione più astratta. E’ come incontrare geometrie di Kandiskij, sparse per i solchi di tutto il suono. Pura musica astratta e di una profondità insondabile (Violent Sweet). La bellezza dei suoni di Hazy Ideas, riporta al connubio con Bertoni ed è ancora magia, al punto tale da suggerire un possibile disco in duo, che certo saprebbe dispensare meraviglie a profusione. Qui, le trame si fanno, ora ficcanti, ora sospese nel vuoto, appresso a suoni elaborati di strumenti tradizionali, resi segnali da altri pianeti. Quanto Alio Die (nel suo magico, nel senso autentico di esoterico, lavoro con Mariolina Zitta, “La Sala dei Cristalli”) apprezzerebbe questo lavoro, non mi è un dubbio, ma anche Fennesz, l’ultimo Eno, o Johnny Greenwood, se lo ritrovassero tra le mani, non ne resterebbero indifferenti in modo alcuno. Più statico, il secondo episodio della collaborazione con Demuru, Sockpuppet, prima di un’apertura di grande efficacia, ma anche, a tratti, stucchevole, fino a raggiungere una convincente saturazione integrale di accumulazioni “droniche” e arpeggi in semibiscrome, mood, già esperito nell’introduttiva Sharpness. Soddu, in Just an Illusion, tesse trame di percussioni sintetiche, che movimentano le movenze del lavoro, senza appesantirle. La chiusura del disco con Rebirth, non è meno che magistrale. Piccola composizione neo-cameristica dai toni gotici, tra dissonanze, fantasmi sonici, ottenuti con miriadi di suoni, da un organo croato, a tamburini sardi, tastiere e chitarre di ogni sorta, tutto affogato in solide dosi d’assenzio, a disegnare geometrie acquerellate attorno ad un’arpa che sa toccare l’animo in modo struggente, intorno al terzo minuto e mezzo, una volta rimasta sola. Altro picco assoluto del combo e non a caso, ancora, ad opera del duo Moretti/Bertoni. Una sorpresa e una delle migliori produzioni nostrane dell’anno in corso, aiutata da una magistrale post produzione ad opera di Paolo Siconolfi, alchimista del digitale “umano”. Non gradito dal sottoscritto, invece, l’artwork di Giovanna Manca, che banalizza un lavoro che nulla di banale trasuda.

Avete amato l’ultimo Raphael Anton Irisarri? Beh non perdetevi questo piccolo, grande gioiello, per nessuna ragione al mondo, nessuna.

Il progetto, è presentato dal vivo con proiezioni video ottenute in tempo reale, anche se basterebbe la sola materia sonica a far viaggiare mente ed emotività in territori alieni. La speranza, sincera, è che Moretti, dopo aver conquistato appieno i cultori dello strumento, possa trovare il meritato riscontro internazionale (perché di produzione dal valore ampiamente internazionale, si sta trattando) da ambienti quali space-rock, drones, ambient, avantgarde elettronica del nuovo millennio. Progetto tutt’altro che impossibile ed esito che giungerebbe null’altro che come un merito dovuto. Complimenti vivissimi.

Raoul Moretti - Harpness

Raoul Moretti

Harpness

Cd, 2016
Genere: Ambient , Drone

Brani:

  • 1) Sharpness
  • 2) Das Unheimlich
  • 3) Mi Alma Viajera
  • 4) Near death Experience
  • 5) A Kaleidoscoping Mind
  • 6) The Black Swan
  • 7) Universi Paralleli
  • 8) Obliviousness
  • 9) Reflections
  • 10) Breakway
  • 11) Sharp-Eyed Man
  • 12) Sweetly Violent
  • 13) Violently Sweet
  • 14) Hazy Ideas
  • 15) Sockpuppet
  • 16) Just An Illusion
  • 17) Rebirth

Informazioni tratte dal disco

Credits:

Raoul Moretti: Electro and Electroacustic Harp; electronics
Michele Bertoni: Tutto ciò che può produrre suono
Marco Tuppo aka Alfa Neu: electronics
Erica Scherl: violin
Valerio Corzani: electric bass; electronics
Walter Demuru: electronics
Diego Soddu: electronics
Gianluca Porcu: electronics

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