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Lo Straniero: Intervista del 01/02/2017

Pubblicato il: 01/02/2017 . Ultimo aggiornamento: 23/06/2017


Lo straniero esordisce con il primo omonimo album nel 2016 e dai pezzi ivi contenuti traspare una dedizione genuina, una passione che sono riusciti a trasformare in un prodotto orecchiabile ma di qualità. Abbiamo realizzato anche la recensione del disco Lo Straniero, inoltre è presente nell'articolo con i migliori album del 2016. Per i miei gusti e le mie passioni, un album davvero consigliato! E' con estremo interesse quindi che ho voluto approfondire la conoscenza di questo gruppo.
Le risposte sono di G: Giovanni, F: Federica, L: Luca

Iniziamo dal vostro nome, che immagino sia un omaggio all'omonimo romanzo di Camus. Come mai questo autore affascina così tanto intere generazioni di musicisti? Penso alla famosa Killing an Arab dei Cure, ma anche a molti altri gruppi minori... Cambiano i tempi, ma la questione esistenziale è sempre al centro dell'immaginario, in particolar modo giovanile.

G: Non ci sono state esitazioni quando ho citato “Lo Straniero” agli altri e questo mi ha incoraggiato. Volevo una parola che mi affascinasse, che fosse sincera rispetto al mio sentire ma anche a quello delle persone conosciute negli anni. Ho pensato alla mia condizione in tutte le città in cui ho vissuto, che mi hanno dato tanto dal punto di vista umano e dell’esperienza professionale, ma che non ho mai visto come un approdo definitivo. Pure in Piemonte, nel luogo in cui vivo e in cui sono cresciuto, a volte ho percepito qualcosa di simile. Se scavo penso anche al legame forte di una parte dei miei nei confronti del Sannio in Campania, la terra d’origine di mia madre. La famiglie dei miei amici raccontano vicende di intrecci e contaminazioni, di provenienze diverse a livello nazionale o europeo, un aspetto scontato ma sempre interessante, da indagare. In più capita a tutti di sentirsi estranei a qualcosa, di riflettere sulla propria condizione, anche solo per pochi minuti in una situazione pubblica o privata. Le parole del primo disco spesso riportano a questo.

In che modo è nato il gruppo? E' la vostra prima esperienza, o provenivate da altre formazioni?

G: Tutti e cinque arriviamo da altre esperienze. Ho scritto per diversi mesi e nel frattempo facevo ascoltare il materiale a Federica, la nostra idea era quella di un gruppo che si allontanasse dal rock e artisticamente ci incentivava la ricerca di nuove possibilità compositive. Quando è arrivato Luca c’erano delle bozze, ma lui è stato bravo a segnare un passo avanti sul suono. Da quel momento abbiamo iniziato a curare con attenzione gli arrangiamenti e con la formazione a quattro insieme a Valentina abbiamo fatto i primi concerti. Quando si è aggiunto Francesco le cose sono successe molto rapidamente.

Toglietemi una curiosità, chi è l'arrampicatore che compare sia in copertina che nel libretto / poster del cd? :-)

G: E’ mio padre in uno scatto di 25 anni fa, ma la scelta del soggetto è casuale. L’artwork è di Valentina. Ha realizzato circa 20 idee di collage, questa ci ha convinto perché più chiara ed essenziale. Cosa ci fa una persona a torso nudo sul tetto di un palazzo? E’ una condizione di estraneità, ma mette a fuoco un punto lontano, guarda oltre, è già pronto per un salto.

Il vostro primo album è intimamente intriso di sonorità anni '80, ma al tempo stesso è attuale. Avete subito l'influsso di qualche gruppo specifico di quel periodo, oppure si tratta di un amore innato per l'utilizzo di tastiere e synth?

L: Le sonorità del primo disco non sono altro che il riflesso dell’ingenuità e della sincerità di chi per la prova volta si trova a fare musica insieme, consapevoli di intraprendere un percorso emotivamente importante.
Le sensazioni di un momento, i particolari ascolti e punti di riferimento di ognuno di noi diventano inconsciamente un tratto di quello che abbiamo inciso. Dal punto di vista stilistico tastiere, drum machine e sintetizzatori sono stati fin da subito un elemento chiave del nostro progetto e il fascino per un certo tipo di sonorità è indubbio e parte del nostro bagaglio culturale. L’assetto attuale del gruppo ci permette di poter lavorare con serenità ed estrema creatività senza rimanere confinati in un determinato genere musicale.

Trovo che una delle prerogative più interessanti del vostro gruppo sia l'alternanza di voce maschile e femminile. Disciplinatha nel passato, Baustelle nel presente, ma in generale pochi altri gruppi hanno questa caratteristica.
Voi avete pensato fin da subito ad utilizzare questa possibilità espressiva?

L: Lo Straniero nasce fin da subito con questa peculiarità dell’alternanza di voce maschile e femminile. In generale è un tipo di espressività che ci affascina molto e il modo in cui si possono intrecciare e modellare i due timbri diventa anche uno spunto in più durante la fase creativa. Avere un timbro maschile ed uno femminile ci permette di avere sfumature e sensibilità differenti, lasciando così grande spazio alla creatività e all'espressione.

F: L'idea di gruppo che avevamo fin dall'inizio si è sempre avvicinata di più al concetto di commistione e ibridazione tra generi, il maschile che incontra il femminile e viceversa. Insieme a me Valentina, la bassista.

Come mai avete registrato due brani a Bologna e altri a Torino? Sono stati immortalati in differenti finestre temporali?

G: Le registrazioni sono state divise in tre fasi per ragioni tecniche ed economiche, poi era coerente l’idea di un disco nomade che risentisse delle influenze di più luoghi. La preproduzione e altre registrazioni sono state realizzate nel nostro piccolo studio a cavallo fra Piemonte e Liguria, una valle dove di notte il cielo terso e le stelle regalano molto stupore. Bologna e Torino sono due città a cui siamo legati e in cui torniamo sempre volentieri.

La maggior parte dei pezzi hanno la produzione artistica di Gianni Masci. Come ha influito nelle sonorità, rispetto anche ad altri brani non prodotti da lui? Che tipo di lavoro è stato fatto?

L: Il lavoro di Gianni è stato molto importante per dare completezza e carattere ad alcune parti del disco. La sua esperienza da musicista, nonostante la sua giovane età, è stata di grande aiuto per la crescita del nostro gruppo, sia a livello tecnico che umano. Il lavoro di produzione artistica ci ha permesso di poter mantenere una grande libertà ed autonomia espressiva nel caso in cui ne sentissimo l’esigenza e, al tempo stesso, di poter inserire tutti quegli elementi in più per vestire al meglio le nostre canzoni. A far da collante in tutto ciò è stato fondamentale l’apporto di Ale Bavo, che si è occupato del mix. Diverse fasi, momenti e sfaccettature per un disco che ha avuto un lungo e frammentato periodo di gestazione, ma che grazie ad un’ottima sinergia fra le parti coinvolte è venuto alla luce con un’identità a noi molto cara.

Trovo che le vostre composizioni siano ricercate, ma al tempo stesso molto orecchiabili. Si tratta di una caratteristica quest'ultima, che avete enfatizzato con gli arrangiamenti, oppure appartiene al vostro modo di essere?

L: Penso sia una caratteristica del gruppo stesso.
Sicuramente il lavoro in studio e la cura degli arrangiamenti ci ha permesso di poter presentare nella miglior forma l’idea di canzone che originariamente avevamo in testa.
Se devo però riflettere sull’evoluzione dei nostri pezzi, dalla nascita alla fase finale, penso di più ad un lavoro di labor limae legato al suono e ad altri piccoli colori, che non vanno ad intaccare la struttura grezza della canzone fatta di accordi e di parole.

Ci sono anime diverse all'interno del gruppo, che cercano di fare pendere la bilancia verso suoni diversi e specifici? Ad esempio un'anima più dark, piuttosto che rock / wave. Oppure una più pop e commerciale, rispetto alla ricerca di un suono più atipico?
Esistono e come si conciliano queste anime?

G: In ognuno di noi ci sono queste e altre anime e si conciliano perché di fondo c’è una visione comune. Nella forma canzone andiamo ad inserire in maniera inconscia il nostro background senza porci troppe domande ma entusiasmandoci ai richiami dei “tagli” che ci piacciono di più. E’ avere uno stile personale, anche nel pop, ciò che ci convince. Mischi le carte ed emerge l’identità: non ci interessa stringere gli aspetti creativi dentro un recinto chiuso.

Trovo molto a fuoco il video di "Speed al mattino", dove la compenetrazione tra musiche, testo e video è elevata, non per niente in questo caso il soggetto è di Federica Addari, la cantante del gruppo.
Tra l'altro siete stati artista della settimana per MTV e questo è proprio il video proposto sul sito e sui canali social del network...

F: Il taglio del video di "Speed al mattino" riconduce a un immaginario infantile e onirico che mi suggestiona continuamente. Il video è stato pensato una notte dopo aver visto This is England: l'idea è di due bambini che cambiano d'abito in forma quasi ritualistica e dimostrativa, scappano da qualcosa per inseguire qualcos'altro, che sta a metà strada tra il reale e l'indefinito. Difficile da spiegare, è una condizione che in qualche modo vivo tutti i giorni e che si lega al cambio di prospettiva di cui si parla nella canzone.

Più psichedelico e colorato il video di "L'ultima primavera". In questo brano ho trovato molto interessante il contrasto tra il testo cupo, oscuro, inquietante ed il ritornello, nel quale improvvisamente esplode un messaggio positivo e speranzoso.

F: Non ho mai pensato a quel ritornello come positivo e speranzoso, ma è una chiave di lettura interessante. Certo è che amiamo i contrasti, la tensione e la decompressione, l'ambiguità e i giochi di parole. L'imperativo "risvegliati" del ritornello si risolve nell'ambivalenza, tra l'amore e le armi.

Ho trovato molto riuscito il video di "Nera". La trama della partita con la morte forse non rispecchia il testo, ma è molto efficace. Ci raccontate qualcosa sulla sua realizzazione?

G: L’idea è della regista Ivana Smudja. A differenza di altri videoclip in questo caso ci siamo affidati totalmente a suggestioni esterne al gruppo: da subito ci ha proposto una storia sospesa fra il noir e il fantastico, che sfiorasse una cinematografia che piace sia a lei che a noi, ad esempio Match Point, L’Odio e il Settimo Sigillo.

I vostri testi non sono facilmente interpretabili, lasciano anche ampio spazio all'associazione di un personale significato. Ci potete fornire la vostra chiave interpretativa di qualche brano? A livello di ispirazione compositiva, o di significato...

F: C'è un aneddoto interessante che riguarda questo aspetto.  A quasi un anno dall'uscita del disco ci siamo ritrovati a parlare del testo di "Angeli sulla punta di uno spillo" e sono emersi altri significati, altre suggestioni, nuove interpretazioni. Questo per dire che non esiste una chiave interpretativa assoluta e assodata e può addirittura capitare che il significato che dai a un testo a distanza di tempo può far dimenticare l'idea da cui è nato. Spazio all'immaginazione sempre.

G: 1249 modi è una corsa con un’intensità crescente. Non c’è un ritornello e le strofe girano su un accordo solo, ne esce una visione sfocata e psichedelica e il pensiero finale è un flusso di coscienza, libero da sovrastrutture. E’ uno dei pezzi che amiamo di più.

Una curiosità sull'inizio di "Braccia ribelli", in cui si ascoltano delle voci, cosa sono? :-)
Interessante anche il primo ritornello in cui compare una voce campionata.

L:  Le voci campionate all’inizio di “Braccia ribelli” sono quelle degli ultras di Sampdoria e Torino impegnati in uno scontro alle porte dello stadio Marassi di Genova. Nel ritornello invece possiamo ascoltare una comunicazione via radio di una delle forze dell’ordine e delle sirene in sottofondo. Tutte le parti campionate provengono dallo stesso documento audio/video e questo particolare “collage” ci ha permesso di aggiungere alcune sfumature all’intera esecuzione.

Cosa significa, in questo periodo di cambiamenti riguardanti le modalità di fruizione della musica, con relativi abbassamenti dei possibili introiti, avere stampato sul cd il marchio Sony?
Ha ancora dei reali vantaggi l'appoggio sulla carta di una grossa compagnia?

G: Il disco è stato realizzato con le nostre forze, a La Tempesta abbiamo presentato l’album finito. Successivamente Sony è diventato il nostro editore, permettendoci di avere una una tranquillità ulteriore nell’affrontare il resto del lavoro.

Il pensiero che oggi è forse più difficile di un tempo mantenersi con la musica, vi spaventa?

G: Non è un aspetto a cui penso, mi mantengo con la musica o con lavori affini più o meno lunghi, ad esempio scrivendo come pubblicista o con progetti educativi, musicoterapia e registrazioni. Amare profondamente la musica è il presupposto indispensabile, poi se motivazione, creatività e metodo non mancano non ci si deve spaventare.

Come vi proponete dal vivo per suonare i brani dell'album, sia a livello di strumentazione, che di presenza scenica?

L: L’assetto dal vivo della nostra band prevede due chitarre, un basso, una postazione con sequencer, drum machine e sintetizzatori ed infine tastiera e (occasionalmente) pianoforte. Il tipo di live che proponiamo è una sorta di flusso, una narrazione, fatta sia di canzoni che di momenti strumentali che accompagnano il pubblico in una specie di percorso sonoro. Per sottolineare la peculiarità del gruppo Giovanni e Federica, le due voci, si trovano in una posizione più avanzata sostenuti alle spalle dagli altri componenti.

Suonate anche brani non presenti in questo disco?

G: A volte rivisitiamo dei brani di altri, ma solo se arrivano spontaneamente, se fin da subito c’è parecchio divertimento nell’esecuzione al di là del genere e dell’artista. “Il Veliero” di Battisti è spesso in scaletta per un finale ritmico e contaminato dal funky. In passato anche “In alto mare” della Bertè, “Back to Black” di Amy Winehouse, “Trappole” di Eugenio Finardi, brani dei Cccp e “Station to Station” di Bowie.

Ottime scelte! Tra quelli citati apprezzo particolarmente la scelta di "Trappole", perchè è un brano poco conosciuto che tra l'altro fa parte di un grande album...

Com'è Alessandria dal punto di vista musicale in questo periodo? Ci sono gruppi interessanti, bei locali in cui suonare?

G: I club scarseggiano. Il Laboratorio Sociale ha una situazione diversa rispetto ad un club, può contare un’ottima programmazione ma non costante. Ad Asti c’è il Diavolo Rosso, poi realtà decisamente più piccole più o meno costanti e alcuni festival di livello come la Repubblica Indipendente di Lu. Ci sono sempre stati progetti interessanti, ma mancando gli spazi probabilmente rimangono nel sottobosco e non sono molti quelli che si avventurano fuori dal circondario per confrontarsi con un pubblico di sconosciuti.

Vi ringraziamo per il tempo che ci avete dedicato e vi facciamo l'ultima domanda: quali saranno i vostri prossimi passi?

L: Sicuramente cercheremo di coltivare la nostra creatività. Andremo avanti cercando di rimanere concentrati su tutti i fronti, dal live alla produzione di materiale nuovo, con lo spazio per alcune sorprese che vi sveleremo nei prossimi mesi.

 


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