Scott Matthew, live report Mojotic Festival 14 – Sestri Levante 14/06/2014

Pubblicato il 17/06/2014 - Ultimo aggiornamento: 27/03/2016

Argomento: Musica

Iniziamo dal fondo, o meglio dalla fine, nel raccontarvi questa splendida serata inaugurale al Mojotic Festival, perché mai avevo visto e ascoltato un concerto concludersi sotto la pioggia, a cielo aperto con il pubblico a fare da capannello tutt’intorno ai due protagonisti. Mai avrei immaginato di ritrovarmi, come stretto da un gruppo di amici, a vedere gli ombrelli colorati aprirsi come tanti funghi, cercando d’immortalare con una foto quell’immagine simbolo della serata. L’atmosfera è quella delle piccole, grandi occasioni quando succedono quelle cose inaspettate che la mente cataloga a posteriori come sensazioni uniche e la musica facendo il resto rimane per sempre cornice di un ricordo indelebile. Ma andiamo con ordine e torniamo indietro. Ci spostiamo ora a Sestri Levante all’interno dell’Ex Convento dell’Annunziata dove, causa previsioni meteorologiche avverse, è stato trasferito il concerto di Scott Matthew inizialmente previsto nella suggestiva scenografia del Parco dei Castelli chiuso al pubblico da tempo immemore.

Obiettivamente dentro, al riparo dal temporale, faceva un caldo umido fastidioso stile foresta amazzonica: ambiente ristretto, poca ventilazione e la consapevolezza che dopo la t-shirt non ti potevi più togliere nient’altro. In compenso, dopo un rapido colpo d’occhio, appariva subito chiaro come il destino avesse scelto di premiare i presenti con una serata speciale, quelle da raccontare con vanto e orgoglio. E già, perché non capita tutti i giorni di assistere a una performance di spessore come quella dell’uomo di Queensland, seduti a una distanza non superiore ai 20 metri. La sala già prima delle ventidue era praticamente piena nonostante la giornataccia (meteorologicamente parlando) che là fuori non concedeva tregua. Ad aggiungere un po’ di poesia alla serata un piccolo tavolino al centro del palco, dove svettava una bottiglia di buon vino rosso italiano e due bicchieri a coppa che immancabilmente avrebbero poi avvicinato di tanto in tanto le bocche assetate dei due musicisti.

Si scoprirà poi che l’immagine simbolo di questa serata rimarranno così i piccoli sorseggi di vino, tra un brano e l’altro, dei due protagonisti e il sudore copioso che il songwriter si andava asciugando di continuo, passando le mani tra viso e capelli. Ma non solo! Credo che, nel ritorno verso casa, saranno rimbombate nella memoria dei presenti, le fragranti risate del frontman, accompagnate dal suo codice espressivo fatto di mimica facciale e strazianti interpretazioni. Come dire: tanta energia interiore e uno stato di apparente trance dissociativa che ripiegavano e modellavano il corpo sotto i colpi di una gestualità a volte letargica, a volte sferzante di autoironia. Si consumava così, una canzone dopo l’altra, il personale diario emozionale di Scott Matthew costituito da una serie d’interpretazioni personali cariche di pathos e finzione melodrammatica. Si trattava, infatti, dell’occasione per presentare al pubblico, in versione semiacustica, l’ultimo album Unlearned rappresentato da tutti quei brani di altri autori che Matthew aveva sempre desiderato fare suoi per una volta. Incredibile registrare dal vivo come la sua voce calda e coinvolgente sapesse restituire intatte le stesse sensazioni del disco, offrendo alla platea una performance davvero unica e vera nella sua estrema naturalezza. Impossibile non venire rapiti dall’onda avvolgente delle nuove melodie, frutto di arrangiamenti tali da stravolgere e cambiare completamente la percezione di ogni singola canzone.

L’intensità di brani come Annie’s song, a detta di Scott la sua interpretazione preferita, era lì a testimoniare il trasporto con cui si concedeva ai suoi spettatori. L’omone di Queensland non faceva certo fatica a mettersi a nudo con tutto il suo bagaglio emotivo. Per quanto l’atmosfera fosse “friendly” e molto “easy” mai si aveva avuto la sensazione di trascendere da un live set di spessore: condivisione sì, commistione dei ruoli no. Negata quindi la bella Duet richiesta dalle prime file e l’interpretazione più audace dell’intero album, cioè la rivisitazione di Love Will Tear Us Apart dei Joy Division, ci si preparava all’inevitabile conclusione del concerto. Quel piccolo sgarro si era però dimostrato poca cosa in confronto al regalo finale che l’artista australiano stava nel frattempo meditando (E qui ci si ricollega all’apertura dell’articolo): portare tutto l’auditorio adorante e incantato a transumare verso l’esterno della struttura in un piccolo cortile. Era qui per Scott, sotto la pioggia, la coreografia perfetta per eseguire No surprise il secondo brano del bis. Non c’è bisogno di presentazioni per sottolineare la bellezza del brano dei Radiohead, ma solo di abbandonare le proprie personali palpitazioni. Tutti cantavano, almeno il ritornello, tutti abbracciavano simbolicamente il “medium” dell’ormai andata nottata piovosa e anche le gocce sembravano volersi fermare a mezz’aria per non infrangere quel momento magico. Alla fine sole pacche sulle spalle e tanta, tanta emozione ancora addosso e sulla pelle sottoforma di acqua caduta dal cielo.

Probabile setlist:

To Love Somebody
(Bee Gees cover)
I Wanna Dance with Somebody (Who Loves Me)
(Whitney Houston cover)
Upside Down
Smile
(Charlie Chaplin cover)
In the End
L.O.V.E.
Community
Annie's Song
(John Denver cover)
Abandoned
Little Bird
White Horse
Encore:
Here we go again (new song)
No Surprises
(Radiohead cover)

Scott Matthew (Sestri Levante 14/06/2014)
Fotografia di Michele Porcile
Scott Matthew (Sestri Levante 14/06/2014)
Fotografia di Michele Porcile