L'incanto del canto ritrovato

Pubblicato il 22/03/1998 - Última actualización: 12/02/2008

{1}Argomento|]1,Inf]Argomenti: Musica

A volte tra scartafacci polverosi riemergono partiture musicali sconosciute, o ritenute perse. Ad esempio, nel 1997 la musicologa Malou Haine belga scoprì casualmente uno spartito di Franz Liszt di cui si ignorava l’esistenza, una trascrizione per orchestra delle Danze Galiziane originariamente composte per solo pianoforte dal polacco Julius Zarembski. Quando avvengono questi rinvenimenti è un po’ come se fosse una ‘diretta’ dalla voce degli stessi autori; e chissà che qualche volta non si scopra un’opera che rivoluzioni le nostre conoscenze…
Ma episodi del genere rischiano di possedere qualcosa di diverso da analoghi ritrovamenti in campo letterario; forse perché alla musica, più che alla parola scritta, annettiamo inconsapevolmente ancora un elemento di magia.
La musica, si sa, ha sempre svolto un ruolo essenziale nei riti di ogni tempo (‘cantare’ non è etimologicamente legato a ‘incantare’, ‘incantesimo’?) Era proprio con le litanie che gli stregoni evocavano prodigi. Ancora oggi, musica e esecuzione rientrano spesso in un rito di esaltazione collettiva; e specie il rock ha raggiunto talora connotazioni mistiche, al punto che non di rado la Chiesa lo ha accusato di… connivenze con Satana. Eppoi, quanti grandi compositori o esecutori finiti tragicamente (si pensi solo al jazz) avevano assunto un’‘aura’ maledetta! Al riguardo sembra il caso di dire che ‘la musica si ripete’.
Agli inizi dell’Ottocento c’era la diffusa convinzione che Paganini, il virtuoso di violino, rivoluzionatore della tecnica esecutiva del suo strumento, fosse in combutta col diavolo. Lo stesso Liszt – che aveva ampliato enormemente la tecnica pianistica ispirandosi appunto alla rivoluzione paganiniana – ci è stato tramandato in molti disegni d’epoca dotato di caratteristiche magiche o sataniche. E i titoli di certe sue composizioni (tra cui la più nota Mephisto valzer), o certe indicazioni interpretative sui suoi spartiti (‘presto diabolico’), non potevano che alimentare la leggenda.
Indubbiamente, se si guarda all’argomento in modo appena razionale, oggi ben pochi giurerebbero sui poteri sovrannaturali della musica; e tuttavia permane la consapevolezza del mistero di un universo sonoro capace di trasportarci ‘fuori’. Il compositore americano Aaron Copland ha scritto: "Sei seduto e leggi. Immagina che una nota di un pianoforte risuoni. Basta questo a mutare subito l’atmosfera dell’ambiente, dimostrando come l’elemento sonoro sia qualcosa di potente e misterioso."
Ed esiste quasi una tradizione di musiche leggendarie (di Chopin, Mendelssohn, Bach, Liszt, Debussy…) mai pubblicate, accantonate dagli stessi autori e donate a privati e ad esecutori, che continuerebbero segretamente a tramandarle nell’ambito di gelosissimi e quasi esoterici circoli. Autentiche o meno che siano tali dicerie, ad esse si è rifatto lo scrittore e giornalista Roberto Cotroneo nel suo romanzo ‘Presto con fuoco’(Mondadori, 1995).Vi si racconta di un fantomatico manoscritto chopiniano della notissima Ballata op. 52, ma con le ultime due pagine misteriosamente riscritte dal compositore poco prima di morire; manoscritto dedicato a una donna, passione segreta dell’autore. Per il protagonista del romanzo di Cotroneo, la ricerca ossessiva di questa Ballata 'magica' diventerà la chiava d’accesso ad un intenso universo di conoscenze, misteri, sentimenti.
Singolarmente, appena pochi mesi prima di Cotroneo, lo scrittore e giornalista Gilberto Finzi aveva pubblicato ‘L’ultimo valzer di Chopin’ (ed. La vita felice), storia a sua volta imperniata su una composizione del grande musicista, un valzer che esiste realmente (benché postumo e probabilmente apocrifo). Anche in questo racconto domina un forte senso del mistero, e d’altro canto il rapporto con i ‘fantasmi’ – siano essi persone o oggetti – implica sempre un momento di riappropriazione dell’inconscio.
Insomma, da sempre la musica alimenta per sua stessa natura leggende e mondi di fantasia, narrazioni di melodie perdute, o maledette, o dai poteri stupefacenti; addirittura musiche di altri mondi. Tra le storie più inquietanti ci limitiamo a ricordare quelle di E.T.A. Hoffmann, agli albori del secolo scorso. Alcuni titoli: ‘Il gorgheggio’, ‘Don Giovanni’, ‘Il violino di Cremona’, ‘L’allievo di Tartini’ (notiamo che Tartini compose la famosa Sonata detta Trillo del diavolo). Hoffmann, compositore egli stesso, era convinto che la musica fosse il linguaggio segreto dell’universo ma che l’uomo, dopo aver assoggettato la natura, avesse perso il potere di intenderlo: tale linguaggio continuerebbe tuttavia a vivere in noi, e proprio in ciò risiederebbe la sua capacità di seduzione (questa idea, fra l’altro, ci fa intendere come le nostre attuali preoccupazioni filosofico-ambientalistiche non siano cosa nuovissima…) Alla antica concezione ‘armonica’ della fisica cosmica espressa da Keplero attinse invece Howard Phillips Lovecraft nel suo racconto ‘La musica di Erich Zann’. Erich è costretto a suonare ogni notte, per ore, le musiche più sconvolgenti, stridule, ‘dannate’ che possano esistere, unico modo per contrastare forze maligne che lo assediano e rischiano di distruggerlo.
Fra i misteri della musica, uno dei maggiori è certamente il suo essere un linguaggio ‘asemantico’; cioè una lingua avente le sue leggi eppure incapace di comunicarci significati univoci, precisi, costanti: una contraddizione in termini, a stento accettata dal nostro raziocinio, e che sollecita reazioni profonde. Tale caratteristica è alla base di un racconto di Edmond Hamilton, ‘La casa della musica vivente’. Il folle inventore Herriman è convinto di aver risolto la contraddizione, e spiega: "Cos’è la materia se non una vibrazione di atomi, cosa il suono se non una vibrazione dell’aria? Io ho costruito la Macchina per trasferire l’una vibrazione nell’altra!" Herriman introdurrà l’adorata figlia Lina nella Macchina della Musica Vivente: e Lina sparirà, trasformata per sempre in una melodia "fresca, gioiosa, chiara, semplice", che all’ascolto evocherà, a tutti, sempre e soltanto la sua deliziosa immagine.
Se si pensa alla funzione della musica psichedelica negli anni ’60, o alle odierne discoteche, si intuisce che la magia dei suoni può anche trasportarci in universi remoti. "Nessuna voce umana poteva produrre simili melodiosità voluttuose… Le note acute, incessanti, di quei gorgheggi femminili richiamavano la luce di mondi lontani, di stelle tramutatesi in puro suono" (Clark Ashton Smith, ‘La città della fiamma musicale’). E le ‘sculture canore’, capaci di intonare spontaneamente suoni idonei alla psicologia di ogni spettatore, descritte da James Ballard nei ‘Segreti di Vermilion Sands’ (1971), oggi si ritrovano realizzate quasi integralmente in alcuni inquietanti marchingegni musicali interattivi.
La musica è mistero per molti altri motivi. Scultura e pittura riproducono forme esistenti, la scrittura rappresenta fatti reali o fantasiosi, la musica sembra l’unica arte che non copia nulla. Inventata di sana pianta… o regalataci da un dio, o da un demone. Dicerie ulteriori alludono a sonorità misericordiosamente obliate: scoprirle o riprodurle trasformerebbe il mondo, o ne decreterebbe la fine. Insomma, alle soglie del Terzo millennio l’arte dei suoni si coniuga ancora con la parola ‘ignoto’. Ma… attenzione ai ritrovamenti di musiche perdute: prima o poi potremmo imbatterci nel canto incantatore e letale delle Sirene.