Concerto il Teatro degli Orrori - Blue moon - Genova mercoledì 28-04-2010

Pubblicato il 07/05/2010 - Última actualización: 05/10/2013

{1}Argomento|]1,Inf]Argomenti: Musica

Ieri sera al Blue moon traspariva, in maniera inequivocabile, che ci si apprestava a vivere un appuntamento da catagolare nella categoria evento.

Facce note e meno note della scena indie genovese erano tutte in "prima fila" simbolicamente parlando! In realtà molte di loro preferivano defilarsi nelle retrovie del locale. Scelta un po' per convinzione un po' per esigenza.
Era chiaro che fosse  doveroso lasciare l'apri pista e la pogata ai più giovani, ancora in preda  agli spasmi post adolescenziali e ormonali...

Il locale stesso appariva come tagliato su misura per la band che da lì a poco avrebbe cominciato a menare le danze...

L'effetto fossile era visibile a tutti: sembrava proprio che il tempo lì dentro si fosse fermato agli anni '80. La chiusura forzata per molti anni, insieme alle luci fioche e basse, contribuiva a creare un' atmosfera spettrale quasi scenografica per un vero palcoscenico...

Si rimaneva colpiti, sin dalla prima frustata di chitarra e batteria, dall'uso codificato e drammatico (nel senso teatrale del termine) delle liriche ispirate di un strabordante  Pier Paolo Capovilla. Il loro uso, immerso in un letto di suoni  in cortocircuito elettrico, portava l'orecchio a una deriva essenzialmente noise.

Insieme a Capovilla, nel line-up,  Giulio Ragno Favero (basso), due membri degli One Dimensional Man, interpreti eccellenti nel recente passato del  noise-blues nostrano, il chitarrista Gionata Mirai (Super Elastic Bubble Plastic) e
il batterista Francesco Valente.

Nonostante le premesse fossero di grande spessore, bisognava aspettare la trasfigurazione trans agonistica del leader per arrivare al vero e proprio muro di suono che guidasse l'ascolto verso un'altra dimensione:
i pezzi "Dell´Impero delle tenebre", disco d'esordio de Il Teatro Degli Orrori riproponevano un  suono che riportava ai scenari newyorkesi dei Sonic Youth o a quelli più recenti dei Japandroids di Vancouver; ma con un lato profondamente
ritmico e lineare dai toni tribali nello stile pionieristico dei Savage Republic.

Scivolavano via brani come "Carrarmatorock", "L'impero delle tenebre", "Vita mia", "Il turbamento della gelosia", "Compagna  Teresa", dove l'esibizione saliva in un crescendo orgasmico a ricreare una connessione metafisica tra lo
sciamano Capovilla e le menti fluttuanti del pubblico... Il tutto condito dalle possenti chitarre di Mirai e Favero e una poderosa sezione ritmica:  frastuono dilaniante e dilaniato.

Cinica desolazione e squarci di sottile speranza si accavallavano nelle liriche vuoi gridate, vuoi sussurrate in uno stato semi ipnotico; quasi a ripercorrere i dettami consolidati del grande maestro Carmelo Bene.

Evidenti risultavano i salti compiuti all'interno del nuovo album con pezzi come " A sangue freddo" , "Direzioni diverse", "Padre nostro", " E' colpa mia" , "La vita è breve" dove elementi classici si sposavano in maniera contaminata con rock furibondo, noise ed infine elettronica post-punk. Elementi che riportavano l'aria su amare riflessioni intimiste, alla ricerca anche di una nuova spiritualità meditata metabolizzata e sputata con il solito grido di sofferenza...

I brani di questo nuovo secondo lavoro avevano portato sul concerto una cappa di disillusione, quasi alienazione che, se da una parte sembrava smussare il lato più stridente e furioso del primo album, dall'altra rendeva ancora più
evidente il malessere della band di fronte ad uno scenario sociale e antropologico che non le apparteneva più...Insomma Jan Curtis prima e Kurt Cobain dopo saprebbero di cosa stiamo parlando...

Nell'era del revival synth, dove tutto è un po' sintetico, un concerto sudato e tirato risulta il sacrificio più sentito e sincero sull' altare del rock...
Che dire ancora... non sono certo dei ragazzini questi quì; lo si capisce anche dalla capacità di sintesi di anni di rock italiano per così dire alternativo... ma più che vere e proprie citazioni sembrava di essere di fronte ad esperienze
vissute ed interiorizzate in prima persona.

Un grazie speciale alla band  per l'uso dell'italiano in modo eclettico.