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Sebo

SMAC

Critique
Posté le 02/12/2016 - Dernière mise à jour: 03/12/2016
Vote: 7.8/10

Esce quasi a sorpresa questo secondo, interessante EP dei Sebo, dal titolo SMAC (“Sospeso mentre attendo comunicazioni”), con una gradevole e azzeccata veste grafica e una confezione anticonvenzionale rispetto alle classiche custodie CD.
Già questo aspetto, da solo, fa presagire un che di insolito...

Come giustamente affermano gli stessi Sebo, quello che suonano, al di là degli influssi evidenti, non è rock alternativo. Insolito, più che alternativo, mi sembra in effetti un'ottima (auto)definizione.
Probabilmente nemmeno i componenti del gruppo sarebbero in grado di stabilire da dove sia giunto questo carattere "insolito" che ha ispirato i loro brani. A volte, infatti, solo chi non sa cosa sta facendo è proprio per questo in grado di fare qualcosa di interessante, perché mosso da sincera ispirazione. Serendipity, come diceva il grande autore gotico Horace Walpole.

Un percorso interessante si va delineando e la band inizia ora a mostrare una certa maturazione.
Mica male, come biglietto di presentazione.

Una boccata d'aria fresca da parte di una piccola-grande realtà della Calabria, zona dello stivale generalmente poco dirompente nel panorama musicale, a causa della mancanza cronica di mezzi e investimenti, che sembra poter dire qualcosa di proprio in un mondo, quello alternativo, talvolta asfittico nonostante la sua vastità e nonostante il nome che porta. La tentazione di farsi scappare termini altisonanti si fa sentire (e mi faccio sfuggire che, in effetti, questo Extended Play rappresenta un piccolo capolavoro per la scena locale) e sarei tenuto a trattenermi solamente per via della breve durata del lavoro sul quale, comunque, mi permetto di soffermarmi un momento.

Siamo in presenza di un lavoro realizzato attraverso il mecenatismo de La Rete, associazione che, dopo la vittoria da parte dei Sebo del primo premio nell'ambito della manifestazione OndaRock Kontest, ha concesso al power-trio di registrare SMAC presso il Relic Sound Studio di Fabrizio Rotundo.
Dato che le qualità musicali non mancano, così come le idee e la grinta (sperimentata live dal sottoscritto in un paio d'occasioni), quello che serve al gruppo e che questo lavoro possiede è una produzione adeguata, merito di Rotundo, che ha registrato, masterizzato e missato il disco, oltre che della band stessa che è pergiunta a un risultato di qualità professionale, considerando la mancanza di un'etichetta alle spalle. Il lavoro in studio ha consentito soluzioni espressive intriganti per mezzo di sovraincisioni, chitarre effettate e quant'altro, indovinate nel creare una sonorità piacevole, coerente ma mutevole, con continui motivi di interesse. È stato messo in risalto il sound del gruppo, lasciando alcuni abbellimenti sonori sullo sfondo in modo da non invadere lo spazio sonoro, agendo subdolamente.

Il cambio di line-up rispetto al primo EP si fa sentire anche a livello stilistico, con l'uscita del tastierista e il cambio di bassista, che in questa sede è Vittorio Scerbo. Scerbo ha ricoperto il ruolo di grafico del gruppo sin dagli inizi, ed è autore materiale di una copertina pregna di significato sull'annullmento dell'individuo e lo sfacelo della società. Senza mai peccar d'egocentrismo, il suo basso indovina colpi strategici e si conquista l'affetto di un ascoltatore attento. Si afferma così una formazione stabile soltanto nel duo composto dall'ideologo Antonio Mantovano, cantante e chitarrista e Marzio Lia, batterista e voce di supporto nei concerti (non va sottovalutato il suo ruolo nell'economia del complesso) che sono i "Sebo" propriamente detti. Il nome deriva dall'asse Sersale-Bologna entro il quale il gruppo si muoveva agli inizi; pare siano tuttavia compresi significati trasversali e metaforici basati sul riferimento al prodotto delle ghiandole sebacee, il sebo appunto.

Le tastiere sono dunque sparite e la chitarra è delegata a sopperire alla loro assenza con una serie di suoni, effetti e feedback mai triviali che arricchiscono notevolmente il sound conferendogli inedito spessore.

Sin dall'inizio del lavoro si fa infatti sentire la tendenza a uscire dalle convenzioni attraverso strutture insolite, suoni, voci sovrapposte e ripetute, ecc. e infatti il brano Novi Ac Boni Mores non ha neppure un ritornello, ma è composto da semplici strofe seguite da un finale a effetto, che si culla in una melodia ipnotica su cui corre un arcobaleno di voci e suoni. L'EP si apre quindi con un pezzo, più che mai per il gruppo, piuttosto sperimentale. L'assenza di ritornelli convive comunque con un'”impressione” di forma-canzone, che rende il tutto più immediato.
Un caustico riff, melodie vocali à la Alice in Chains e qualche schitarrata allucinogena rendono il gioco interessante fin da subito.

La sognante power-ballad Carillon, dalle inattese venature progressive, rifugge la banalità – ci si avvicina, come struttura, perfino all'intensità di certi Tool, che però non paiono realmente essere un'influenza da un punto di vista melodico - forte anche di un testo sentito, espresso in dolci melodie, in cui la descrizione della donna amata ha connotazioni quasi lisergiche (“intrisa di colori e di sfumature gracili”) e l'abbraccio diventa “dolceamaro”. Anch'esso privo di refrain, coglie nel segno grazie al riuscito arrangiamento, che ben rende il lirismo di un romanticismo elettrico, viscerale e trasportante.
Una volta concluso questo suggestivo pezzo non si può, davvero, fare a meno di “riavvolgere” e riascoltare. Citando l'ultima parola del testo: "insaziabile", noto che sembra riflettere l'effetto avvertito dall'ascoltatore!
Alla levità del canto e delle eteree linee di chitarra fanno da contrappunto i pattern complessi e cangianti del batterista, che nel corso dell'intero EP si fanno abbastanza notare.
Un disco coraggioso che al di là delle influenze di partenza (l'alt-rock di marca italica) esce dalle diffuse strutture minimaliste per creare un amalgama elaborato, artisticamente ambizioso e di facile ascolto al contempo.

Non c'è scimmiottamento, in termini sonori le differenze con i presunti modelli si fanno sentire e si avverte solo un influsso: dei Queens of the Stone Age mancano il blues e lo stoner, degli Alice in Chains la disperazione – e la droga -, dei Marlene Kuntz le cacofonie agrodolci; al posto di tutto ciò c'è un elemento alieno e proprio dei Sebo soltanto. Non male la prova vocale di Mantovano, con la sua timbrica a dir poco particolare che in questo lavoro si fa ancora più convintamente “rock”, muovendosi in un luogo imprecisato tra Manuel Agnelli, Cristiano Godano, Jerry Cantrell, Josh Homme e Kurt Cobain. Spicca particolarmente l'ottimo lavoro alla batteria di Marzio Lia, ma tutti e tre i musicisti fanno il loro e il songwriting è pressoché perfetto. Se usciranno dal guscio e, magari, qualcuno si deciderà a metterli sotto contratto, potrebbero mantenere al meglio le promesse fatte finora.

Alcuni rumori di disturbo lasciano infine spazio a un riff dal retrogusto epico-medievale che ci introduce nella favola rock Canzone reale. Il sole splendente in cielo è elemento fondante della vita: andato via il primo, tutto si fermerebbe in un attimo. L'avidità e l'egocentrismo dell'uomo sono tali, però, che per mero capriccio si potrebbe arrivare perfino a cancellarlo, senza fermarsi a riflettere un solo istante sul significato di tale blasfemia contronatura, come tipico dell'uomo (il re attribuisce in maniera esclusiva a sé il diritto di splendere). Sarà lo stesso sovrano a constatare amaramente le conseguenze della vanità; e a trarne, da solo, un grande insegnamento morale, ma il prezzo che lui stesso sceglierà di pagare non sarà basso (un vagare perpetuo). Morta la vanità dell'uomo il sole, forse, potrà un giorno tornare a splendere, risorgendo in una forma di miracolo della natura. Un pezzo dinamico e melodico al punto giusto chiude in maniera egregia il lavoro, avvelendosi di un bel ritornello, per una volta, in cui all'orecchiabile melodia fa il verso un azzeccato controcanto, androgino e lamentoso; il brano è poi spezzato in due da una breve marcetta che ne enuncia la morale, pronunciata dallo stesso protagonista-antagonista. Originale e concettualmente ben costruito. E, quel che è più importante, maledettamente piacevole.

Rispetto al precedente Ombre, caratterizzato da un suono alternative-rock con qualche incursione in sonorità insolitamente plumbee (l'inquietudine acustica ma distorta di Ombra, le cupe introspezioni de Il meglio del peggio, dal sapore quasi dark-wave) e ancora non del tutto a fuoco, lasciando intravedere una certa capacità di scrittura e senso melodico, su SMAC la musica ha sconfinato avvicinandosi a territori nuovi, così come i testi, in precedenza ispirati ad alcuni sogni/incubi del cantante (la stessa Ombra, la ritmata Sogno blu, Il meglio del peggio) o a tematiche personali, ora si estendono verso il sociale e l'a-sociale (“la frenesia dell'apparire sovrasta il sapere, sovrasta l'essere”), l'apocalittico e la favola morale. A spezzare il tutto, una ballata romantica di straniante, delicata bellezza.
Tutto ciò, va detto, tenendosi distanti da ogni qualunquismo pseudo-politico e pseudo-sociale, scevro di facili slogan e citazioni, si limita a proporre e far pensare, porre spunti di riflessione mai diretti a un facile obiettivo, ma profondi e universali.

Per chi passasse dalle loro parti, si consiglia senz'altro di sentirli dal vivo, perché spesso suonano i brani con degli arrangiamenti leggermente differenti e con un'energia che va sperimentata: Ombra, originariamente presentata in una presa diretta acustica nella traccia ufficiale, viene proposta nei concerti in una versione "elettrificata" che, sorprendentemente, si avvicina senza volerlo e senza saperlo alle atmosfere del dark-sound di gente come Black Hole, Paul Chain Violet Theatre e compagnia misconosciuta.

Insomma, visto il risultato ottenuto da SMAC, direi che i Sebo sono da tenere d'occhio, anche in attesa di una prossima uscita, magari un full-lenght, che confermi definitivamente lo stato di grazia del gruppo. Avanti Sebo, siamo dalla vostra parte: stupiteci.

Sebo - SMAC

Sebo

SMAC

Mcd, 2016

Tracks:

  • 1) Novi ac boni mores
  • 2) Carillon
  • 3) Canzone reale

Notes

Il disco è uscito il 18 Settembre 2016