Cut: Interview sur 16/05/2026

Posté le: 16/05/2026


1. Trent'anni di "Bologna Rock":
Siete sulla scena dal 1996. Bologna è cambiata radicalmente, passando dai centri sociali occupati alla "City of Food" turistica. Come è sopravvissuto il suono dei CUT a questa mutazione urbana? Vi sentite marginali e marginalizzati oppure notate nelle vostre esperienze live un ritorno al passato che poi non è altro che un “ritorno al futuro”?

(Ferruccio) Noi abbiamo avuto la fortuna di aver conosciuto la Bologna dei primissimi anni 90, ancora parente stretta della Bologna dei 70/80 (anche se già all’epoca c’era chi rimpiangeva le varie ‘età dell’oro’ precedenti). Nella prima metà degli anni 90 Bologna viveva ancora di un fermento che mi ha catturato subito. Bastava fare una passeggiata in quelli che negli ultimi anni sono stati additati come i luoghi del degrado (Piazza Verdi, Via Zamboni) per essere aggiornato su quello che avveniva in città. Via del Pratello ribolliva di iniziative culturali e politiche. I manifesti sotto i portici e i volantini che ti capitava di raccogliere per strada parlavano di concerti, spettacoli, proiezioni cinematografiche, mostre e performance. Nella maggior parte dei casi si trattava di cose organizzate nell’ambito della comunità studentesca e, più in generale, della scena controculturale della città. Non c’era bisogno di internet per venire a conoscenza di quello che stava accadendo, anche perché molte delle cose più interessanti avvenivano per strada, sotto i tuoi occhi: bastava mettere il naso fuori di casa e immettersi nel flusso per diventarne parte. Come esperienza musicale e sociale, i CUT sono figli di quella città: una Bologna in cui oggi è molto più difficile ritrovare, soprattutto a livello della strada. Da anni ormai, non percepisci più quella vitalità culturale che caratterizzava la città in passato, specie nel centro storico. Si tratta di un cambiamento dovuto a cause molto complesse che è difficile riassumere brevemente: detto questo, per me Bologna continua a essere uno dei posti migliori in cui stare in Italia, specialmente se ami un certo tipo di musica e di cultura. Esiste un ricambio creativo continuo dovuto principalmente all'università e al fatto che (anche se in misura minore rispetto al passato per ragioni economiche e della politica diciamo così socio universitaria) continuano ad approdare a Bologna giovani da tutta Italia con ambizioni artistiche di vario genere. Poi c’è l’immigrazione che sicuramente ha portato nuove energie e una nuova gioventù che sta giù iniziando a farsi sentire, anche artisticamente. Per noi è ancora una casa accogliente in cui tornare e da cui ripartire per i nostri giri intorno al mondo. Qui vive ancora la comunità musicale da cui proveniamo e che è bello ritrovare. In Bolognina - il quartiere in cui vivo da più di vent’anni, situato a ridosso del centro e dall’anima molto stradaiola diciamo così - io ritrovo molto della città che ho amato e che amo: speriamo che resista alla gentrificazione tuttora in atto… Inoltre, negli ultimi anni è venuta fuori una nuova generazione di band nel cui approccio rivediamo lo stesso fuoco che animava noi. Infine, da qualche anno a questa parte, iniziative come quella del Panthers Party o di Bolotomy (ne cito due ma potrei fare diversi altri esempi) stanno cercando di contrapporsi alla ‘City of Food’ e del turismo usa e getta di cui parlavi sopra. Sarò sempre grato a Bologna per avermi permesso di realizzare le mie aspirazioni sul piano musicale: voglio essere ottimista per il futuro di questa città e nel mio piccolo contribuire a mantenerne viva l’anima anticonformista e accogliente.

2. L'essenza del Trio:
Chitarra, chitarra e batteria. Niente basso. Questa scelta, inizialmente quasi una sfida tecnica, è diventata il vostro marchio di fabbrica. Avete mai sentito la tentazione di aggiungere quelle quattro corde o il "vuoto" è ormai parte del vostro DNA? Lo definireste un punto di forza sulla scia di band come la Jon Spencer Blues Explosion oppure un punto di debolezza che aprirebbe il vostro sound verso nuovi scenari?

(Ferruccio) All’inizio della nostra storia, l’assenza del basso non faceva certo parte dei nostri piani. Carlo partecipò alla nostra prima prova in qualità di bassista. Addirittura, ai tempi del nostro primo demo eravamo in sei: voce solista, batteria, tre chitarre e un basso. Il nostro bassista ha lasciato il gruppo poco dopo la registrazione del demo e, invece di sostituirlo, di comune accordo abbiamo iniziato a ragionare su un suono a tre chitarre di cui una si sarebbe disposta per lo più su un range sonoro che andava dalle frequenze medio basse, ma che poteva arrivare, a seconde delle esigenze, a un suono di chitarra ‘normale’. È così che Carlo ha iniziato a sviluppare quel suono ibrido che ora è il marchio di fabbrica della band. Poi è andata via l’altra chitarrista e qualche tempo dopo anche la cantante e siamo rimasti in tre: ci sarà un motivo per cui ci chiamiamo ‘taglio’ (CUT)! Diciamo che il nostro è stato un percorso di asciugatura della line up fino ad arrivare all’essenza: del resto se fossimo meno di così scompariremmo, non perché non sia concepibile un duo, anzi, ma perché il suono che caratterizza la band necessita di un nucleo di tre persone. Detto questo, io non sento alcuna carenza di basso nel nostro sound. In prima analisi perché il rock and roll è una questione di approccio e non di strumentazione: band come Screamers, Cramps, Suicide, JSBX e molti altri ce lo dimostrano in tempi recenti. Anche molto del rock and roll dei 50s spesso è suonato con una strumentazione che non c’entra nulla con quella della classica triade chitarra basso batteria. In secondo luogo, perché amo le band che trasformano quelle che l’opinione comune definirebbe le loro carenze in loro punti di forza e nelle loro caratteristiche più riconoscibili: preferisco le band con una personalità forte anche se musicalmente ‘sbilanciata’, rispetto a quelle che riempiono ordinatamente tutto lo spettro delle frequenze ma che, magari anche per questo, suonano un po’ più standard. Infine, perché, collegandomi al punto precedente, l’architettura dei nostri brani e il ‘tono’ distintivo della musica CUT è costruito su quel famoso suono ‘ibrido’ della chitarra di Carlo innestato nel contesto dell’altra chitarra e della batteria. Insomma, come spesso ci è capitato, abbiamo fatto delle nostre vicissitudini un ‘trademark’ che ci distingue: aggiungere un basso ci farebbe forse avere quello che hanno molti altri, ma ci farebbe perdere quello abbiamo solo noi, andando ad alterare il DNA del nostro sound …e poi quasi tutti ci dicono che l’assenza del basso non si sente quindi…
Detto questo non ci sono dogmi: occasionalmente, per esempio in un disco come Second Skin e anche nel nostro progetto CUT Must Die abbiamo collaborato con dei bassisti (Mike Watt e Stefano Pilia, quest’ultimo tornato alle quattro corde per l’occasione) in alcuni pezzi. Tuttavia, queste collaborazioni sono nate non perché sentissimo la specifica mancanza di un basso in determinati brani: ci interessava più che altro il contributo artistico che queste persone potevano apportare in senso lato. Nell’ottica del nostro progetto di collaborazioni CUT Must Die! ogni ospite può contribuire come vuole, suonando, cantando, mixando o producendo un pezzo insieme a noi: in questo caso sia Mike (come era presumibile) che Stefano hanno deciso di aggiungere delle parti di basso, ma avrebbero potuto fare qualunque altra cosa.

3. L'asse Bologna-Londra:
Avete registrato con nomi del calibro di Matt Verta-Ray e collaborato spesso con la scena internazionale. Cosa portate della polvere dell'Emilia all'estero e cosa riportate a casa dai vostri tour europei?

(Ferruccio): Essendo cresciuto nella provincia dell’Italia centro-meridionale negli anni 80 e avendo sviluppato la mia passione musicale essenzialmente in solitudine mi sono sempre sentito parte di qualcosa che non era confinato geograficamente o connotato localmente. Questo qualcosa era una comunità che si riconosceva in, che so, nelle note di copertina di ‘Warehouse: Songs and Stories’ degli Hüsker Dü piuttosto che in una nazionalità o in una forma di appartenenza etnica o geografica. Sapevo che si trattava di una comunità di persone sparse per il mondo…ed era una comunità che, a differenza del mio luogo di nascita, avevo scelto io sulla base di un sentire comune veicolato dalla musica. Mentalmente prima ancora che fisicamente, per entrare in contatto con appassionati come me ero costretto ad evadere dal posto in cui mi vivevo. Grazie al lato forlivese della mia famiglia spesso fuggivo verso l’Emilia Romagna per vedere concerti, comprare dischi e frequentare un nugolo di appassionati miei coetanei di quelle parti. Ben prima di spostarmi dal mio luogo di nascita per andare a vivere sia a Bologna che all’estero corrispondevo con persone sia italiane che ‘straniere’ che condividevano questa sensibilità. Mi risulta normale quindi non limitare all’Italia il raggio d’azione della band: per noi andare all’estero significa semplicemente aumentare le possibilità di incontrare esseri umani che condividono la nostra passione. A volte capita di instaurare collaborazioni con alcune di queste persone come è successo con Matt Verta-Ray e con Mike Watt. Del resto, abbiamo la fortuna di esprimerci con la musica, un linguaggio che non conosce confini: sarebbe un peccato limitare le nostre possibilità di collaborazione alla sola Italia. Purtroppo tutti e tre (Ferruccio, Tony e Carlo) dobbiamo fare dei lavori ‘normali’ per sbarcare il lunario: per questo non riusciamo ad andare in tour all’estero quanto vorremmo ma, al netto di queste contingenze, ci piace andare a trovare le creature simili a noi che popolano il pianeta ogni volta che possiamo.

4. Il fattore "Live":
Chi vi ha visto dal vivo sa che i vostri concerti sono un'esplosione fisica. Dopo tre decenni, dove trovate l'adrenalina per mantenere quel livello di ferocia ogni singola sera? Come definireste una musica vera?

(Ferruccio) Per noi poter salire su un palco a suonare la nostra musica davanti a qualcuno rappresenta un privilegio che non si dovrebbe mai dare per scontato. Del resto il nostro sogno è sempre stato poter suonare e non chiediamo altro che questo. L’opportunità di poter comunicare con qualcuno attraverso la musica sia in Italia che all’estero, sia che ci siano mille persone a sentirti o solo una non si dovrebbe mai prendere sotto gamba. Io poi sono fortunato ho avuto l’opportunità di vedere grandi performers come Lux Interior, Jeffrey Lee Pierce, Rob Younger. Gente che faceva il concerto della vita, sempre, anche di fronte a una sala vuota. Lo facevano per me e per quei pochi pazzi che avevano deciso di andarli a vedere…e come posso io - che sono nessuno - metterci meno voglia, energia e passione di questi grandi? Si tratta anche di una questione di rispetto nei confronti delle persone che hai di fronte, gente che poteva starsene comodamente a casa e invece ha scelto di venire a vedere te e il tuo gruppo. Non è colpa loro se c’è poca gente, se è stata fatta poca promozione, se l’impianto fa schifo, se ti fa male lo stomaco… Anzi, a maggior ragione se c’è poca gente ti devi impegnare, perché quei pochi hanno avuto la forza e la personalità di fare qualcosa di diverso rispetto ai loro concittadini e hanno scelto di venire a sentire te. Tu devi salire sul palco e dare il massimo sempre e a queste persone devi far capire – o ricordaglielo se l’avessero dimenticato - che un concerto rock and roll può essere la cosa più eccitante che esiste. Del resto non possiamo tradire questa musica che ci ha dato tanto: sentiamo il dovere di non interrompere il flusso, di mettercela sempre tutta per continuare a trasmettere ad altri quel messaggio che a noi ha cambiato la vita. Non so se ci riusciamo tutte le volte ma di certo ci proviamo sempre. A volte è faticoso, ma non è che stiamo lavorando in miniera…e poi quell’oretta scarsa sul palco ti ripaga di ogni sacrificio!

5. L'eredità del Garage-Punk:
Spesso venite etichettati come garage-punk o noise-blues. Queste etichette vi stanno strette o vi sentite i custodi di una tradizione che rifiuta di morire? Per una band è fondamentale la coerenza per essere riconosciuti e non annacquare il messaggio o l’ecletticità per trovare nuovi stimoli e nuove sfide?

(Ferruccio): In tutti questi anni siamo stati definiti in mille modi diversi: indie rock, post punk, noise rock, punk, post hardcore, garage punk, noise blues, blues punk e via discorrendo. Dal punto di vista musicale questo mi inorgoglisce molto, perché vuol dire che quello che facciamo non è facilmente etichettabile. Quando si tratta di stabilire collaborazioni, di contattare etichette o anche solo di trovare concerti questa cosa però si è rivelata un’arma a doppio taglio: è vero che le diverse suggestioni che il nostro sound evoca ci hanno permesso di collaborare con etichette molto diverse tra di loro e di suonare in contesti differenti e per vari tipi di pubblico. D’altro canto però nessuna delle varie scene e nessuno dei vari ambienti che si riconoscono invece in certe definizioni di genere ci ha mai abbracciati appieno. Non siamo mai appartenuti a nessuna scena precisa: in una fase storica in cui etichette e locali sono spesso costretti a specializzarsi per sopravvivere e in cui il pubblico, anche solo per orientarsi nell’offerta infinita del web, preferisce concentrare gli ascolti verso generi specifici, non essere associati a nessun contesto specifico ci ha spesso creato dei problemi dal punto di vista organizzativo. Tante volte ci siamo sentiti dire che eravamo troppo, che so, punk per essere inclusi nella line up di un festival rock and roll o troppo rock and roll per il roster di un’etichetta noise; oppure eravamo troppo indie per un locale che invece fa garage punk, troppo bluespunk per l’agenzia europea che lavora solo con gruppi psyche e via discorrendo. Possiamo contare su qualche estimatore un po’ in tutti gli ambiti in cui si divide la scena indipendente, ma in nessuno di questi contesti facciamo massa critica sufficiente per essere un gruppo di riferimento: insomma devi essere un po’ un eretico nel tuo contesto per avere a che fare con noi. Ti dobbiamo proprio piacere noi come band, spesso al di là dei tuoi ascolti abituali. Questo è un altro segno per me della contrazione della scena: quando una scena musicale e discografica è in salute si può scommettere su band che possono destabilizzare i propri ascoltatori abituali e prendersi qualche rischio in più. Quando invece le vacche sono magre devi spesso rimanere nel tuo seminato perché un passo falso potrebbe ucciderti. Per questo noi siamo molto grati a questi pazzi che spesso sfidano le convenzioni dei loro ambiti pur di collaborare con noi. Voglio dire, se sei un appassionato di garage e vuoi organizzare un festival, il nostro non è certo il primo nome che ti viene in mente a fronte di mille band che invece appartengono a quel suono, quell’ambiente e quello stile in maniera molto più ortodossa. Allo stesso modo se sei una band che viene comunemente associata alla scena hardcore e devi mettere su un tour europeo, sai benissimo che c’è un reticolato di promoter e di venue specializzati in questo sound su cui poterti basare anche solo per iniziare. Noi invece ci siamo spesso trovati – e ci troviamo ancora - in una terra di nessuno proprio perché potenzialmente potremmo stare in vari contesti ma quando poi si tratta di investire su di noi, anche solo in termini di energie, a lungo termine molti si tirano indietro, o semplicemente non ci considerano perché siamo regolarmente troppo una certa cosa o troppo poco quell’altra per contesti che invece sono spesso alla ricerca di sicurezze e di cose familiari. Per fortuna nel corso degli anni abbiamo incontrato realtà coraggiose pronte a sostenerci al di là del loro ambito di riferimento: Homesleep Music, Area Pirata, Go Down Records, Deambula, Riff, Dischi Bervisti, Improved Sequence (tanto per limitarmi alle sole etichette). Per quanto riguarda la diatriba tra eclettismo e coerenza non so risponderti: a me piacciono sia band/artisti che nel corso della loro carriera hanno spesso cambiato ed espanso la propria musica (The Clash, David Bowie, Joe Jackson), che gruppi che invece hanno inventato un loro trademark sonoro e l’hanno mantenuto più o meno invariato per quasi tutta la loro carriera (Ramones, AC/DC, Motorhead). Si possono fare entrambe le cose: l’importante è essere onesti rispetto alle proprie esigenze espressive e sentirsi a proprio agio con quello che si fa. Qualcuno può sentire l’impulso di cambiare di continuo altri invece sono perfettamente soddisfatti con il sound che li caratterizza sin dagli inizi. Per i CUT posso dire che in ogni fase del nostro percorso il nostro sound ha sempre incarnato molto fedelmente quella che era la nostra realtà del momento sia in termini di ‘ispirazione’ che di line-up.

6. Scrittura e Caos:
Come nasce un pezzo dei CUT? È frutto di jam session selvagge in sala prove o c'è un lavoro metodico di sottrazione per arrivare all'osso del riff? In sintesi, meglio il processo di sottrazione per essere immediati ed essenziali o il processo di stratificazione per permettere al sound e alle liriche di depositarsi creando nuove linee?

(Ferruccio) Per un breve periodo, durante i primissimi giorni della band, ci basavamo per lo più su mie composizioni, ma ben presto, ancora prima del nostro primo demo, abbiamo abbandonato il mio repertorio iniziale per costruire brani che vedessero il contributo di tutti, per dare spazio alle forti personalità musicali che hanno sempre caratterizzato tutte le nostre line-up. Da quel momento in poi e nel corso di tutti questi anni, abbiamo sempre costruito i nostri brani in sala prove: la parte musicale di ogni nostro pezzo, tranne in casi rarissimi, è quindi frutto del lavoro di noi tre, chiusi nella stessa stanza e intenti a suonare finché non viene fuori qualcosa che ci accontenti tutti. Questo modus operandi fa sì che la nostra musica rappresenti sempre tutti i componenti della band, in quanto ognuno è coinvolto in egual misura nell’impostazione dei brani. Probabilmente è anche uno dei motivi per cui alcuni sentono una certa intensità in quello che facciamo: i brani dei CUT nascono sempre dal confronto e a volte da un vero e proprio conflitto di idee e di passioni. Si tratta di un processo che può portare via molto tempo, perché si lavora ai brani solo quando ci si vede per provare: tra impegni familiari/relazionali e il fatto che tutti e tre dobbiamo fare altri lavori per sopravvivere, non possiamo certo suonare insieme tutti i giorni. I testi invece vengono scritti quasi sempre a posteriori rispetto alla musica: magari durante le session in sala prove possono venire già fuori un paio di frasi chiave, ma poi lo sviluppo delle liriche avviene quando la struttura strumentale del pezzo è già a buon punto, se non già ultimata.

7. Il rapporto con la Gamma Pop:
Avete vissuto gli anni d'oro di un'etichetta leggendaria. Quanto è stato importante far parte di quel manipolo di "eretici" musicali per definire la vostra identità? Pensate che oggi sarebbe ripetibile quella esperienza o il mondo non solo musicale è cambiato inesorabilmente e definitivamente?

(Ferruccio) Non so dirti se quell’esperienza sarebbe ripetibile oggi. Sono passati più di trent’anni dai primi passi di Gamma Pop. La situazione della discografia anche di quella indipendente è cambiata tanto e io non ho conoscenze sufficienti per poter fare un’analisi di questo tipo. All’inizio Gamma Pop eravamo io, Carlo (l’altro chitarrista/cantante dei CUT) e Filippo Perfido un nostro amico di Forlì. Io e Carlo eravamo sicuri che nessuno avrebbe mai considerato la nostra musica in Italia: è anche per questo che, per pubblicare i nostri primi vagiti musicali come CUT, decidemmo di creare da soli la nostra etichetta, insieme a Filippo (che già pubblicava una webzine chiamata proprio Gamma Pop di cui io e Carlo eravamo collaboratori) ed Elena la nostra cantante dell’epoca. Attraverso iniziative come la compilation Metal Machine Muzak volevamo poi far conoscere e mettere in contatto delle realtà musicali che stavamo scoprendo in giro per l’Italia. Erano delle realtà che, nella maggior parte dei casi, non si riconoscevano nella formula musicale, retorica ed estetica del Consorzio Produttori Indipendenti e di altre forme di rock italiano che andavano per la maggiore in quel momento. Molti di questi gruppi/artisti agivano in relativa solitudine: per noi era importante metterli in contatto per contribuire allo sviluppo una scena che collaborasse e stabilisse forme di mutuo supporto, sempre sulla base di un comune sentire musicale e attitudinale. Per noi, CUT, fare parte della label è stato importante all’inizio, ma ogni opportunità che derivava da tutto questo ce la siamo costruita da soli, con le nostre mani, proprio perché l’etichetta eravamo noi stessi. Il fatto che tre quinti della band si dividessero tra i CUT e l’etichetta ha anche creato tensioni interne che ci hanno causato dei problemi. La nostra tumultuosa storia, l’instabilità che ha a lungo caratterizzato la nostra line-up agli inizi e il dover dividere le nostre attenzioni tra la band e l’interesse generale della label, hanno poi fatto in modo che non riuscissimo quasi mai a farci trovare pronti quando si presentavano certe occasioni che invece sono state colte da altre band dell’etichetta. Inoltre, spesso essere definiti ‘quelli di Gamma Pop’ faceva sì che molti credessero che avessimo a disposizione chissà quali risorse e magari preferivano lavorare con altri gruppi, mentre in realtà eravamo solo degli studenti fuori sede squattrinati: anche i CUT avevano bisogno di supporto come qualsiasi altra band underground. Detto questo, Gamma Pop, specie nelle sue fasi iniziali che ci hanno visto più coinvolti, è stata un’avventura di cui siamo molto orgogliosi. Al netto di tutte le sue ingenuità e di tutti i suoi limiti, credo che l’etichetta abbia dato un contributo importante allo sviluppo della scena indipendente italiana. Credo anche che, per certi versi e almeno per un breve periodo, alcuni degli obiettivi che ci eravamo posti siano stati raggiunti, se non da noi stessi, da altre band che abbiamo pubblicato e da altre etichette e situazioni che, in alcuni casi, sono nate in seguito alla nostra esperienza o hanno preso ispirazione e coraggio dal nostro percorso.

8. Analogico vs Digitale:
Il vostro suono è profondamente materico, fatto di valvole sature e sudore. Come vi ponete di fronte alla musica liquida e alla produzione iper-pulita dei giorni nostri? Ha ancora senso parlare di album per un giovane del 2026 “abituato” o manipolato verso una nuova tipologia di fruizione della musica?

(Ferruccio) Questo bisognerebbe chiederlo al giovane del 2026 che menzioni. Quello che posso dire è che questo mondo sta trasformando ogni esperienza ‘materica’, fisica, reale in un lusso per ricchi. Per tutti gli altri ci sono le piattaforme online e il doom scrolling sugli smartphone. In una tipica dinamica di alienazione capitalista, quello che tradizionalmente apparteneva alle classi lavoratrici (ovvero il mondo degli odori, dei sudori, delle esperienze tattili e fisiche) è stato prima portato via ai meno abbienti e poi riconfezionato e rivenduto come un lusso per i più ricchi: questa è una fase in cui la virtualità, l’immaterialità e il flusso continuo di ciarpame informativo - venduti come succedanei della conoscenza e della partecipazione sociale – sono diventati beni di consumo per le masse che fungono anche da essenziali strumenti per il controllo sociale. Quello che non si può ancora smaterializzare e mettere online sono proprio le esperienze ‘materiche,’ come le hai definite tu: da qui la loro riconfigurazione come beni di lusso. L’abbiamo visto succedere nell’ambito del cibo in cui oggi, tanto per fare un esempio, anche il panino con la mortadella o la pizzetta - che un tempo erano l’umile pranzo del muratore in pausa pranzo - adesso vengono rivenduti come prodotti gourmet partoriti non – come storicamente succedeva - dalle cucine delle famiglie di quegli stessi operai o dai forni di quartiere - bensì, secondo una distorsione mediatico/pubblicitaria da manuale, dalla mente di qualche chef stellato, peraltro invariabilmente maschio, egocentrico e classista. In musica questo processo si manifesta nei prezzi esorbitanti dei dischi in vinile e nell’aumento del costo dei biglietti dei concerti: il sottotesto è ‘Davvero vuoi un rapporto con la musica tattile, fisico, sensuale? Beh, lo devi pagare caro! Per tutto il resto c’è lo streaming’. Per questo io personalmente conduco una battaglia affinché, per esempio, i prezzi dei nostri dischi in vinile siano il più contenuti possibile. Voglio che la nostra musica in questo formato, che ritengo ideale per il nostro tipo di sound proprio per la sua tattilità e fisicità, sia disponibile non solo a chi ha la possibilità di sganciare 25 o 30 euro per un disco, bensì a più persone possibili, magari anche a quei ragazzini del 2026 che non hanno tanta familiarità con il formato LP e con il concetto di album…poi che siano liberi di ignorarlo questo concetto e di continuare ad ascoltarci in digitale, o di non ascoltarci proprio, ma non voglio che sia il costo eccessivo dei dischi a costituire la barriera tra i nostri LP e il nostro pubblico, di qualunque età e classe sociale. Il ritorno del vinile, che nasce da un desiderio reale partito dal basso di riappropriarsi di un rapporto con la musica ‘caldo’ e tattile, è stato dirottato dal mercato che ha notato questo fenomeno e in esso ha visto un margine di profitto. È quello che fa il mercato: prendere qualcosa che rappresenta un bisogno, sfruttarla fino all’esaurimento del margine di profitto e poi buttarla via. Così facendo la rovina per sempre anche per coloro per cui quella cosa rappresentava un bisogno essenziale e non soltanto l’ennesimo trucco per fare soldi. Io che i dischi in vinile li faccio e da fan li compravo prima, li compro adesso e vorrei continuare a comprarli e a farli anche dopo la fine di questa fase di sfruttamento, ci tengo molto a evitare che la follia speculativa attuale affossi definitivamente questo formato e colpisca anche chi vuole comprare i nostri dischi. Io per fortuna ho uno stipendio (per un lavoro che non ha nulla a che fare con la musica), ma voglio che anche chi è meno fortunato di me, o che il correspettivo contemporaneo del me stesso adolescente di tanti anni fa, quei due/tre dischi al mese in vinile, se vuole, se li possa permettere. Sarà che io vengo da un’era in cui un certo tipo di musica spesso coincideva con una certa consapevolezza socio-politica e un approccio antagonista rispetto alle tendenze del mercato: era un periodo in cui c’erano i prezzi contenuti imposti dalle etichette (vedi Dischord), in cui c’erano le autoproduzioni dell’hardcore italiano e in cui persino band su major come i Clash rinunciavano ai profitti sulle vendite dei propri album per metterli in vendita a un prezzo contenuto. Oggi invece ti ritrovi band, che magari citano i gruppi di cui sopra tra le loro influenze, sparare prezzi assurdi per i propri LP. Stanno approfittando di una bolla speculativa a totale danno dei fan e degli appassionati di musica che sono quelli che invece andrebbero tutelati di più di tutti, perché sostengono gruppi come i nostri venendo ai concerti e acquistando la nostra musica. Stampare in vinile costa di più che pubblicare in altri formati, certo, ma non al punto tale da giustificare certi prezzi che si vedono nei negozi, online e purtroppo anche al banco del merch dei concerti. Mi colpisce davvero – in modo negativo - come tanti gruppi e artisti indipendenti abbiamo abbracciato questa politica dei prezzi folli del vinile senza provare neppure per un attimo a metterla in discussione o a contrastarla. Ancora una volta è quello che fa il mercato: ti fa sembrare normale quello che normale non è. Peraltro, tra poco questa bolla inevitabilmente scoppierà e qualcuno si guarderà indietro pensando a quali gruppi non si sono fatti scrupoli ad approfittare di questa cosa ‘per qualche dollaro in più’ e a chi, invece, ha mantenuto un approccio etico anche durante questa fase folle. Ecco, io ci tengo molto al fatto che i CUT ricadano nella seconda categoria. Proviamo anche a vigilare sul fatto che l’ingresso ai nostri concerti, quando c’è un biglietto, non raggiunga prezzi esorbitanti. Insomma, cerchiamo di far sì che il nostro mondo di valvole e sudore sia accessibile a tutti e che meno persone possibili ne siano escluse per ragioni meramente finanziarie. Altrimenti che cosa ci differenzia da quella visione meramente commerciale e merceologica della musica contro la quale abbiamo iniziato a suonare tanti anni fa?

9. L'ultimo lavoro:
Guardando alla vostra discografia più recente (come Annihilation Road), c'è una rabbia che sembra ancora più lucida rispetto agli esordi. Cosa vi fa ancora incazzare oggi? Serve ancora incazzarsi ai giorni nostri ? E” cambiato di più il mondo rispetto agli anni novanta o siamo noi che siamo troppo cambiati rispetto al mondo contemporaneo per adattarci ai nuovi tempi?

(Ferruccio) Mi pare impossibile guardarsi attorno senza incazzarsi, oggi più che mai. Ti faccio un esempio: in ‘A Different Beat’ nostro album del 2006 c’è un brano intitolato ‘Sister Guillotine’. Il testo parla di quel bruttissimo vizio tutto occidentale di esportare la cosiddetta democrazia e i ‘valori dell’ occidente’ con bombardamenti criminali, finte rivoluzioni che sono in realtà colpi di stato spesso sostenuti da fascisti e nazisti della peggior risma e con guerre del tutto illegali in giro per il mondo: lo scrissi a proposito della seconda guerra del Golfo, ovvero quell’aggressione all’Iraq giustificata in sede ONU da parte degli USA con le famose provette che dovevano dimostrare la fabbricazione di armi chimiche da parte del regime di Saddam Hussein. Prove false, esibite consapevolmente e senza vergogna da uno stato ‘democratico’, per giustificare una guerra illegale che ha causato più di un milione di morti. Scrissi quel testo pensando ingenuamente che con quell’aggressione si fosse raggiunto il punto più basso dell’(in)civiltà post colonialista e della genocida spocchia atlantista…Ti pare che oggi, poco più di vent’anni dopo quegli eventi, in un’epoca in cui, a proprio piacimento, Israele e Stati Uniti uccidono, bombardano, sterminano le popolazioni di svariati paesi, in piena violazione del diritto internazionale e con la connivenza e la collaborazione del nostro governo, quel testo sia obsoleto o fuori dal tempo? Purtroppo, è invece più attuale che mai. Oggi questa gente si sveglia la mattina e uccide, bombarda e aggredisce senza neanche preoccuparsi di passare al vaglio formale delle Nazioni Unite, anche solo con prove false: se possibile, siamo caduti ancora più in basso rispetto ai fatti di inizio millennio. Siamo alla barbarie totale, alla legge del più forte e del più stronzo, senza alcun rispetto, neppure di facciata, per i diritti umani di chicchessia, figuriamoci per quelli degli abitanti di Paesi che questa gente considera, nel proprio razzismo inguaribile, inferiori. Anche se non servirà a cambiare le cose, io rifiuto di abituarmi a questa tragica follia, a questa rinuncia totale a ogni forma di umanità messa in atto da Paesi - purtroppo alleati della mia complice e connivente nazione - che hanno anche l’arroganza di definirsi civili e democratici. Se non ti incazzi per questo, per cosa ti devi incazzare?

10. Il consiglio ai "Cuccioli":
Se una band di ventenni oggi decidesse di formare un gruppo punk a Bologna, qual è la prima cosa che gli direste per evitare di mollare dopo due anni?

(Ferruccio) Saremmo di una supponenza e di una presunzione imbarazzante se pensassimo di avere consigli da dispensare a qualcun altro, giovane o vecchio che sia. Detto questo, se qualcuno può trarre qualcosa di utile per la propria esperienza da quello che facciamo – e da come lo facciamo - e dalla nostra piccola storia non posso che esserne felice.

11. L’ultima della diapositiva della serata al Circolo Arci Perugina di Genova:
Ieri sera al vostro Live c’era una buona presenza di pubblico per ascoltare il vostro concerto. Qual è lo stato di salute dei piccoli ambienti indie in giro per l’Italia secondo voi? Sono ancora i posti migliori dove diffondere questo tipo di musica? Genova in particolare come l’avete trovata?

(Ferruccio): le sale concerti (che siano Centri sociali, circoli o locali attrezzati per la musica dal vivo) sono ancora i posti migliori per far conoscere e condividere la nostra musica. Suonare dal vivo ovunque ci sia la volontà di fare un nostro concerto è l’unica vera forma di promozione organica per quello che facciamo. Mettendosi nei panni dei gestori, per molti di loro sarebbe molto più redditizio fare una programmazione a base di soli drinks, dj set e cover band… e infatti molti hanno preso questa strada. Per questo siamo grati a chi ancora scommette sulla musica live originale dando spazio a band come la nostra: oggi tutto questo rappresenta un rischio e una scelta coraggiosa, quindi posti come il Circolo Arci Perugina vanno protetti e sostenuti da tutti coloro che hanno a cuore le sorti della scena musicale indipendente. Mancavano da molti anni da Genova (quasi venti se non ricordo male) e trovare tante persone, vecchi amici e amiche ma anche tante facce nuove, ci ha fatto davvero tanto piacere. Gli incontri che abbiamo fatto in tanti angoli d’Italia e del mondo sono una delle cose più belle e più commoventi di tutta questa faccenda: ritrovare persone care tornando nei posti dove sei stato anni prima ci fa sentire parte di una comunità, ci fa sentire meno soli.
Grazie davvero per la vostra collaborazione e speriamo di rivederci presto.

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