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Giangilberto Monti: Entrevista del 21/03/2018

Publicado el: 21/03/2018


Le canzoni del signor Dario Fo secondo Giangilberto Monti

Lo scrittore e chansonnier milanese Giangilberto Monti, ha voluto rendere omaggio a Dario Fo, uno dei suoi maestri d’arte scenica con un disco “Le canzoni del signor Dario Fo” (2018 Fort Alamo/Warner Music Italia) che racchiude sedici titoli dalla vastissima produzione musicale dello scomparso artista. Per l’occasione ha voluto ricreare quell’atmosfera jazz elegante e divertita da cui era partita la coppia Fo-Jannacci, coinvolgendo nel progetto un protagonista di quelle composizioni, il clarinettista e arrangiatore Paolo Tomelleri, coadiuvato da grandi musicisti quali Sergio Farina alla chitarra, Tony Arco alla batteria, Marco Mistrangelo al contrabbasso e Fabrizio Bernasconi alle tastiere.

Parliamo del tuo nuovo disco “Le canzoni del signor Dario Fo”, la cui copertina non ti vede assolutamente protagonista, in cui campeggia, invece, un Dario Fo molto sorridente con il tuo nome in alto, accostato a quello di Paolo Tomelleri.

La copertina è una scelta doverosa perché c’è un rifermento talmente alto che non si può immaginare che io possa essere superiore al maestro scenico che è stato Dario Fo, quella è una bellissima foto di Guido Harari gentilmente concessami ed è la stessa che compare nel libro “E sempre allegri bisogna stare” uscito a gennaio dell’anno scorso (2017 - ed. Giunti)

Si, perché in realtà il progetto Dario Fo è ben più ampio, non comprende solo il disco…

In effetti è un lavoro un po’ più complesso, sono partito con il libro, poi c’è il disco, poi ci sarà ad aprile la produzione del radiodramma con la RSI, dove io userò le stesse canzoni però il racconto sarà ovviamente molto più vario e vasto con la presenza di vari personaggi, il tutto si chiuderà poi con lo spettacolo di narrazione musicale che andrà in scena a metà maggio al nuovo Teatro del Buratto di Milano, in realtà Teatro Bruno Munari. La scelta, invece, di indicare in copertina anche il nome di Paolo Tomelleri è proprio un omaggio alla sua storia artistica, al fatto che lui è la memoria storica di quelle canzoni, di come sono nate. La mia arte è stata quella di riuscire a non riproporre cover, perché soprattutto il repertorio con Jannacci è inarrivabile e non puoi pensare di fare delle cover, l’originale è sicuramente meglio (ride), allora l’arte è proprio il non riproporre pari pari le canzoni ma il reinventarle, studiare un arrangiamento nuovo, anche un modo di interpretare, farne la fotocopia non avrebbe avuto alcun senso.

Nella scelta della scaletta sei andato a pescare da un repertorio molto vario e vasto, vista le numerose collaborazione di Dario negli anni.

Esatto, sono tantissime le canzoni. Se prendiamo anche solo le più conosciute e depositate in SIAE, sono circa 160, però lui ne ha scritte molte di più, si arriva a 250, perché ci sono anche le canzoni che compaiono nei copioni teatrali, lui ha sempre lavorato con la musica negli spettacoli. Io feci una prima cernita di 40 canzoni quando misi in scena con Laura Fedele, jazzista molto brava che mi accompagnava al pianoforte, il mio primo recital di canzoni di Dario Fo, era il 1999. Per questo disco, invece, che è dichiaratamente in chiave jazz elegante e divertito, ne ho prese 16.

E’ stata una scelta dura quindi…

Sì, perché teoricamente uno potrebbe fare 10 dischi (ride). Ho cercato quindi di scegliere quelle che a mio giudizio sono le più rappresentative, quindi c’è sicuramente il filone più popolare e discografico, quello di Jannacci, c’è poi il filone di canzoni scritte con Fiorenzo Carpi, più legato al teatro più melodico, poi c’è il filone più barricadero che comprende le canzoni scritte con Paolo Ciarchi. C’è poi la diatriba sulla vera genesi della canzone “Ho visto un re” che, gran parte dei personaggi dell’epoca attribuiscono a Fo e a Paolo Ciarchi, anche se è depositata solo con il nome di Dario Fo, perché allora Paolo non era iscritto alla SIAE. In realtà, quella sarebbe una canzone di Fo e di Ciarchi, ma lì si apre tutto un mondo e questa è una cosa che io racconto molto bene nel libro, nel radiodramma e anche nello spettacolo, ovviamente nel disco tutto questo si perde e rientra nel naturale lavoro che ho fatto con Paolo Tomelleri, nel cercare di rivestire in modo omogeneo le canzoni che ho scelto.

So che il disco sarà presentato venerdì 23 marzo a Milano…

In realtà questa serata è un omaggio al mondo musicale di Dario Fo e riprende pari pari la serata che ho fatto alla fine di ottobre 2017 alla RSI, dove c’era una conduzione che legava un po’ le canzoni, che partendo dal libro raccontava un po’ questi passaggi, non è quini ancora lo spettacolo vero e proprio, è una via di mezzo tra lo spettacolo e il concerto. Però è fatto in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano e questo mi ha fatto molto piacere, perché la Palazzina Liberty è intitolata a Dario Fo e Franca Rame ma è la prima volta che vi fanno un qualcosa legato proprio al mondo di Dario Fo perché, fino ad oggi, essendo sede di un’associazione che si chiama Milano Classica, lo spazio è stato utilizzato solo per concerti di musica classica, un mondo però che non c’entra assolutamente nulla (ride) con Dario Fo. L’evento proprio perché sostenuto dall’Assessorato alla Cultura sarà ad ingresso libero, aperto alla cittadinanza, non sarà un business e questo mi fa molto piacere, fa parte del mio desiderio di fare cultura attraverso la musica, è la mia “mission” (ride), come direbbero oggi.

A proposito di fare cultura, tu credi che le canzoni di Dario Fo e comunque il mondo in esse rappresentato, possano ancora insegnare qualcosa ai giovani di oggi o è ormai sono un qualcosa relegato al passato?

No, no, secondo me non è archeologia, al di là della bellezza della scrittura, sono ancora molto attuali, il mondo che vi è descritto è un mondo che può ancora trasmettere dei valori divertiti importanti, di impegno civile ma anche di ironia, di capacità di lettura del sociale. Certo il jazz non è un rap, non è una musica che potrebbe andare oggi nelle radio, però non è neanche escluso perché i francesi, ad esempio, sostengono che è una musica di classe, è una musica elegante, però quel mondo è un mondo profondo, anche il linguaggio è un linguaggio interessante e alto, sono le nostre radici la nostra cultura, poi è ovvio che ogni generazione ha il proprio modo di esprimersi, ma Dario era avanti vent’anni quando scriveva queste canzoni, almeno questa è la mia opinione.

Hai citato i francesi, tornando alla copertina del disco, quel titolo scritto anche in francese stringe l’occhiolino alla Francia?

Si, perché il nostro obiettivo è quello di portarlo all’estero, l’abbiamo fatto con la Svizzera e vogliamo farlo anche con la Francia, l’uso del francese è quindi un modo di allargare il campo, avrei voluto farlo in tre lingue però il francese mi sembrava fosse una scelta divertita. Non dimentichiamoci comunque, che la Warner è una multinazionale, per cui, potrebbe distribuirlo in Italia ma potrebbe farlo anche in altri paesi. Vediamo intanto come va in Italia … nel caso il prodotto è già pronto anche per il mercato estero. Attenzione poi, il digitale in questo aiuta, è vero che esiste il cd fisico, però il digitale può veramente girare il mondo sena limiti, la stessa cosa ad esempio m’è capitata quando ho lavorato sul repertorio delle canzoni francesi, i miei adattamenti in italiano di Boris Vian, Serge Gainsbourg, ecc. hanno avuto successo anche all’estero.

Vero, hai appena chiuso il ciclo con il disco dedicato a Renaud.

Si, anche con Renaud che tendo sempre a dimenticarmi … ma perché agli italiani non piace Renaud, non gliene frega niente di Reanud ed è un peccato, perché è uno degli ultimi maledetti e poi è veramente simpatico, il suo è un mondo di periferia e io sono un ex ragazzo di periferia.

Lo ami perché in fondo ti somiglia?

Beh, si, io vengo da lì, sono un ex ragazzaccio (ride)

Tornando al disco omaggio a Dario Fo, nel restringere la scelta a questi sedici titoli, qual è il brano cui ti sei più affezionato?

A me piace molto “Hanno ammazzato il Mario” perché è una storiaccia di malavita, sembra un film in bianco e nero di Rossellini, ricorda quel mondo lì, quella Milano, un’Italia che si ricostruisce, certo è una malavita antica, che non c’entra niente con quella di oggi, una malavita ancora con dei valori se così si può dire, con degli oneri e degli onori, non so come dire … però è un mondo che mi ha colpito. Poi certo c’è “Ho visto un re”, per la quale ho ripreso l’arrangiamento realizzato con Elio e le Storie Tese, quella canzone l’avevo già cantata con Elio in un mio disco di qualche anno fa che si chiama “Comicanti.it” (2009 – ed. Carosello Records) riportandolo però in ambito jazz, come vedi sperimento ancora … Poi a me piace molto “Stringimi forte i polsi” che è un lento, uno slow, sembra “Strangers in the night” (ride), è un evergreen un classico, ho fatto finta di fare Frank Sinatra da piccolo però comunque è venuta carina, ci sta … Ma c’è anche il dialetto, attenzione, io uso il dialetto milanese …

Per fortuna, rischia quasi l’estinzione …

Eh no, non si può, io ho abitato sessant’anni a Milano non è che sia poco (ride) Il dialetto è importante, pensa che Dario mi diceva sempre che il dialetto aiuta anche a recitare, ti aiuta tantissimo, tant’è vero che il suo grammelot è un insieme di dialetti che davvero aiuta moltissimo.

C’è, invece, una canzone che più di altre hai faticato a rendere tua?

La canzone più difficile in assoluto è “Prete Liprando e il giudizio di Dio”, è stato un disastro, prima di tutto il trovare un modo di farla che fosse originale, è stato per me come prendere una laurea, perché avevo si dietro dei musicisti doc, cinque jazzisti bravissimi, ma avevo sempre in testa il ricordo di Jannacci. Mi sembra alla fine di essere riuscito a fare un buon lavoro, però non sono io che posso dirlo, sarà la gente che ascolta, gli appassionati, il pubblico a dirlo. Comunque ho faticato davvero tantissimo con quella canzone, ho fatto diventar matti sia i musicisti sia il fonico.

A proposito di gente che ascolta, vorrei chiudere chiedendoti come presenteresti questo tuo nuovo progetto musicale ad un potenziale ascoltatore che magari neppure ti conosce, perché dovrebbe ascoltare questo disco?

Beh, perché sono storie belle, che fanno bene al cuore, è un modo di ascoltare la musica un po’ all’antica, c’è una grande attenzione al suono, una musica alta, rappresenta le nostre radici, è come leggere un classico, è un po’ come se ti piacessero i gialli e leggessi Agatha Christie piuttosto che Sherlock Holmes, come quando leggi “Guerra e Pace” o leggi Dostoevskij o l’Odissea. Direi che ascoltare le canzoni di Fo ci aiuta in qualche modo a capire meglio ciò che ascoltiamo oggi, tenendo presente che Dario Fo è stato un artista che non ha mai smesso di cavalcare l’attualità fino all’ultimo, l’ascolto delle sue canzoni è un’educazione, questo almeno per me.

Speriamo lo sia per tutti.

Video backstage di Le Canzoni di Dario Fo:

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Le canzoni del signor Dario Fo