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Il potere "magico" dei suoni: ecco cosa accade nel cervello quando ascoltiamo la nostra musica preferita

Pubblicato il 16/10/2018


Il potere "magico" dei suoni: ecco cosa accade nel cervello quando ascoltiamo la nostra musica preferita

C'è chi ama la musica classica e chi il rock, chi si esalta con i suoni graffianti di una chitarra elettrica e chi preferisce le carezze di un violino: in ogni caso, tutte quelle sensazioni che proviamo e che ci fanno realmente sentire meglio sono legate agli effetti delle onde sonore sul nostro cervello, che agiscono sulle diverse aree cerebrali dando luogo a specifici stati d'animo e di coscienza.

Il potere della musica sulle emozioni umane è da sempre un argomento di grande interesse per studiosi appartenenti a diversi ambiti, interessati a comprendere quali siano i meccanismi che rendono le varie sonorità in grado di scuotere l'animo verso uno specifico sentimento, che può essere tanto di gioia e serenità quanto di riflessione e introspezione.

La musica non è solo un fatto prettamente estetico e soggettivo, ma affonda le sue radici nelle origini della natura umana e nella primordiale associazione tra suoni e significati biologici. Già a 30 settimane, per esempio, un feto riesce a sentire ciò che accade all'esterno e a riconoscere le voci della mamma e del papà, che diventeranno così per lui un segno di sicurezza e protezione anche dopo la nascita, e lo stesso accade nel mondo animale, quando i cuccioli attivano risposte vegetative alla ricezione dei suoni emessi dalla madre.

Molte manifestazioni sonore, poi, si legano a millenari significati antropologici, associati per esempio a rituali religiosi o sociali. È quello che accade con il suono dei tamburi in molte popolazioni, vedi le tribù africane, ma anche nella nostra musica popolare e folkloristica, che raccoglie l'eredità di secoli di cultura fino a diventare un simbolo di tradizioni identitarie.

Il discorso sull'effetto dei suoni sul cervello è dunque particolarmente ampio e complesso e, anche senza scendere in spiegazioni eccessivamente difficili, rende l'idea di quanto il nostro essere possa venire influenzato da un'arte primigenia come quella della musica. A prescindere da tutto ciò che può legarsi a gusti personali, sensibilità diverse e provenienze culturali differenti, quello che è ormai ampiamente dimostrato è come la musica sia in grado di attivare le diverse aree del cervello, andando a stimolare, per esempio, la concentrazione, l'eccitazione o il rilassamento.

Ma come accade tutto questo? Il meccanismo può essere così spiegato: il cervello, nella sua attività quotidiana, emette onde cerebrali elettromagnetiche associate ai diversi stati di coscienza. Esistono infatti onde alfa, beta, theta e delta, legate rispettivamente alle fasi del rilassamento, delle attività svolte quotidianamente da svegli, dell'immaginazione e del sonno. Nel momento in cui, attraverso l'udito, il cervello riceve le frequenze della vibrazione generata da un'onda sonora, questo entra in una sorta di sintonia con tali frequenze attivando di conseguenza le aree cerebrali con esse sincronizzate.

Accade così che un determinato tipo di musica o di suono riesca a favorire la creatività o l'attenzione e che, in previsione di svolgere una determinata attività, ci ritroviamo a scegliere uno specifico sottofondo musicale, quasi inconsciamente consapevoli che ciò favorirà la migliore riuscita dei nostri compiti.

In molti casi, per esempio, professionisti e sportivi scelgono di lavorare e allenarsi proprio utilizzando un sottofondo musicale che sia in grado di favorire la concentrazione e dare la carica giusta. Sono in tanti i pro player di poker che durante le sfide al tavolo verde scelgono di isolarsi dal mondo e indossare cuffiette con cui ascoltare la propria musica preferita, modulando i generi anche in base alle fasi di gioco: è quello che ha raccontato, per esempio, Raffaele Sorrentino, vincitore del Main Event del PokerStars Championship 2017 a Montecarlo.

Anche la scrittrice Anna Todd, nota per la serie After, ha dichiarato di ascoltare musica quando scrive, lasciandosi influenzare da quelle sonorità a tal punto da farle diventare colonna sonora del libro stesso. Non è un caso che alcuni studiosi parlino di Effetto Mozart: la teoria elaborata da Gordon Shaw e Frances Rauscher, secondo cui l'ascolto della Sonata in re maggiore per due pianoforti di Wolfgang Amadeus Mozart avrebbe causato un temporaneo aumento delle capacità cognitive in un gruppo di volontari sottoposti a esperimento.

Anna-todd

Sebbene altri studiosi abbiano contestato il fatto che l'Effetto Mozart sia limitato solo a pochi minuti, è comunque evidente che le onde sonore possano agire con efficacia sul cervello e che la musica possa essere una valida alleata per migliorare l'umore, per esempio favorendo la produzione di dopamina, sviluppare il linguaggio e prevenire l'invecchiamento cerebrale e fisico.

D'altronde anche senza conoscere gli esatti meccanismi biologici, noi amanti della musica un po' queste cose le avevamo già intuite: basti pensare al piacere provato durante i nostri concerti preferiti e allo stato di soddisfazione che ci attraversa nelle fasi immediatamente successive a un'esibizione live. Benefici visibili e durevoli che forse da oggi guarderemo con occhio ancora più consapevole.

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